Annibale sfuggì ai Romani con un suicidio assistito

0
142

Aveva 64 anni Annibale nel 183 avanti Cristo, quando — al capo opposto del mondo dove da Cartagine era infine approdato esule al suo ultimo rifugio, sulle sponde dell’Asia Minore — venne a raggiungerlo il rancore di Roma, che aveva inviato una missione diplomatica formalmente per dirimere un contrasto tra greci, di fatto per chiedere la consegna del più grande dei suoi nemici. Era l’estremo, sarcastico scherzo di divinità beffarde, viene da dire, poiché Libyssa, il phrourion Bithynias, il «paesino bitinico» in cui il Cartaginese si era fermato, riecheggiava nel nome quella terra natale (l’antica Libia) che non avrebbe rivisto mai più.
Sul punto di darsi la morte per non cadere nelle mani di Roma, amarissime dovettero essere le ultime riflessioni di Annibale ripensando alle vicende di una vita segnata da un fallimento totale, seppur nobilissimo. Certo assai mutato era il costume romano, e proprio lui poteva constatarlo per esperienza diretta. I discendenti di coloro che avevano ammonito Pirro, in armi sul suolo d’Italia, a guardarsi dal veleno, si mostravano ora incapaci di attendere la morte di un vecchio solo, impotente e lontano dalla patria; e scomodavano un legato consolare per indurre Prusia, l’indegno re di Bitinia, al tradimento dell’ospite.
Per ciò che accadeva, però, Annibale sapeva ormai di dover biasimare solo sé stesso. Soltanto sua era, infatti, la responsabilità prima degli sviluppi politici recenti. Era stato lui a mettere il nemico romano alla frusta, stimolandone oltre ogni limite i requisiti bellici e le virtù civiche; e, imponendogli sofferenze inaudite, aveva finito per stravolgerne i costumi e l’etica stessa. Era stato lui, infine — e questo dovette essere il cruccio più lancinante in quegli ultimi giorni —, a indirizzarlo sulla via di conquiste che temeva irresistibili. Aveva risvegliato dal letargo il mostro che, mosso dalla paura da lui stesso ispirata, stava divorando il bacino del Mediterraneo; e non era stato poi capace di fermarlo. Reso topico dai Romani con l’eloquente appellativo di Punicus, quello stesso metus, quella «paura», avrebbe da ultimo — e almeno questo strazio la morte lo risparmiò ad Annibale — decretato la tragica fine della sua Cartagine.

Poiché ben sei tra le sette fonti antiche che ne descrivono la fine (Cornelio Nepote e Livio, Plutarco e Appiano, Eutropio e lo Pseudo-Aurelio Vittore) concordano sul fatto che a ucciderlo sia stato un veleno da lui stesso volontariamente ingerito, si trattò senz’altro di un suicidio; e a provocarlo fu l’assunzione di una sostanza tossica. Vale la pena di chiedersi come, ascoltando la voce della scienza medica che ha qualche cosa da dire…
Da respingere sembra la versione del solo Pausania, secondo cui Annibale sarebbe morto per l’infettarsi di una ferita accidentale causata dalla sua stessa spada, sguainata nell’atto di montare a cavallo. Pur teoricamente possibile da un punto di vista clinico nell’era pre-antibiotica, quella proposta dall’autore greco è l’unica variante a discostarsi da una sequenza di testimonianze che paiono formare una vera e propria vulgata; non solo, ma diviene ancor più sospetta per il valore che assume nel contesto di un ragionamento volto a dimostrare quanto vitale sia dare ascolto agli oracoli.
Suicidio, dunque; e per veleno. Solamente? Tre dei sette autori (Nepote, Livio e lo Pseudo-Aurelio Vittore) affermano che Annibale soleva portare costantemente un tossico celato su di sé, mentre altrettanti (Livio, Plutarco ed Eutropio) specificano che lo bevve; ma nessuno precisa in alcun modo la natura di questo veleno. Se forse qualche dubbio suscita l’annotazione, tarda e in qualche modo romanzesca, dello Pseudo-Aurelio Vittore, secondo cui il veleno era celato nel castone di un anello portato al dito dal Cartaginese, assai più interessante appare l’altra versione, 0 in certo qual modo eccentrica, offerta da Plutarco. Annibale, che già aveva assunto il veleno, sarebbe stato aiutato a morire da un servo; il quale avrebbe avvolto una corda attorno al collo del suo padrone e, facendo pressione contro la sua colonna vertebrale, ne avrebbe accelerato la morte.
Da una prospettiva medico-legale il meccanismo è non solo interessante, ma perfettamente plausibile. È noto infatti come basti meno di un minuto per interrompere il flusso sanguigno carotideo che porta ossigeno al cervello, provocando la perdita dei sensi; e come dai due ai quattro minuti di questa interruzione siano sufficienti per causare danni neurologici irreversibili e, potenzialmente, la morte di chi la subisce.
Di questa teoria non potremo mai, ovviamente, aver piena conferma: perduti irreparabilmente i resti del grande Cartaginese, nessun esame autoptico ci permetterà di individuare fratture a carico del rachide cervicale o dell’osso ioide (spesso riscontrate, inter alia, nella morte per impiccagione o strangolamento); ma la lente biomedica consente di rileggere sotto una luce nuova le fonti storiche. Ad avvalorare questa ipotesi, piuttosto suggestiva, concorrono poi anche le possibili ragioni della scelta compiuta dal Cartaginese. È indubbio che i veleni «naturali» dell’antichità avessero un’efficacia e una rapidità d’azione assai minore degli odierni prodotti sintetici; e può darsi che Annibale, oltre ad auspicare evidentemente una fine più rapida possibile, volesse anche prevenire un’irruzione dei nemici che forse riteneva imminente.
Altre volte, nella storia, si è verificato il contemporaneo ricorso a strumenti diversi: nel caso celeberrimo, ad esempio, del ben più recente suicidio di Adolf Hitler, che combinò l’assunzione di una capsula di cianuro con un colpo di pistola alla tempia. Se questa scelta, pur oggi dimostrata, venne inizialmente smentita da Stalin, che voleva accreditata solo la morte per veleno, fine da codardo in quanto priva della componente «marziale» costituita dall’arma da fuoco, nessun biasimo, secondo i princìpi propri del mondo antico (non staccandosi, come nell’impiccagione, i piedi dal suolo), ricadrebbe invece su Annibale per avere richiesto il concorso di un servo onde affrettare il trapasso. Al suicidio, per così dire, «assistito» fece ricorso, ad esempio, non solo Nerone; ma, figura assai più di lui degna di stima, il più nobile tra coloro che uccisero Giulio Cesare, quel Marco Bruto che — pare — ricorse all’aiuto dell’amico Stratone a reggergli la spada.
Colui che figura a buon diritto tra i vinti più nobili dell’antichità si sottrasse così, come prima e dopo di lui altri Cartaginesi celebri (tra cui ben tre donne, la leggendaria Elissa-Didone; Sofonbaal, figlia di Asdrubale Gisconio; la moglie di Asdrubale il Boetarca, difensore e poi traditore della città natale nell’ultima ora…), all’onta della prigionia e dell’ignominia.

Giovanni Brizzi, da “La Lettura” – Corriere della Sera)