Bersaglio Cleopatra

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M “eretrice”, “incestuosa tolemaide”, “mostro fatale”, “donna di sessualità e avarizia insaziabili”. Quando si trattava di definire Cleopatra, poeti e storici romani non ci andavano leggeri. Prima di entrare nell’immaginario collettivo grazie ad artisti, drammaturghi e star di Hollywood, l’ultima regina d’egitto fu oggetto di una colossale campagna diffamatoria che la dipinse come il nemico pubblico numero uno di Roma. Dietro questa micidiale “macchina del fango” c’era lo zampino del machiavellico Ottaviano, pronipote del dittatore a vita Giulio Cesare e futuro Augusto, pronto a scatenare contro di lei un mix di misoginia, pettegolezzi e fake news pur di conquistare il potere. «In più di un’occasione, Cleopatra divenne uno strumento nelle mani dei politici romani, che la definirono come una minaccia pronta a distruggere i loro valori», scrive la storica Prudence Jones nel libro Cleopatra, the last pharaoh (Haus Publishing). «Ciò nonostante, il suo carisma fu talmente prodigioso da trasparire anche nelle fonti a lei avverse».

ALL’OMBRA DI CESARE.

Sfrontata, affascinante e ambiziosa, Cleopatra VII era nata nel 69 a.c. e discendeva dalla nobile dinastia macedone dei Tolomei, che da più di due secoli regnava sull’egitto. Figlia del faraone Tolomeo XII, a cui successe insieme al fratello e consorte Tolomeo XIII, ricevette un’educazione di prim’ordine imbevuta di cultura greca. Una circostanza rara per le donne del tempo e possibile solo ad Alessandria, la città più avanzata e cosmopolita dell’epoca. Quanto al suo aspetto fisico, ne sappiamo davvero poco. Lo storico Plutarco la descrive come “piccola, esile e spregiudicata”, precisando tuttavia che “non era tale da lasciare impressionato chi la vedeva”. Quel che è certo, però, è che già a vent’anni Cleopatra si dimostrò una statista capace, riuscendo a strappare la corona al fratello dodicenne. Come? Portando dalla sua Giulio Cesare, nel 48 a.c. Entrata di soppiatto nel palazzo reale di Alessandria per timore di essere assassinata dai sostenitori del fratello, la ragazza si presentò al cospetto del condottiero avvolta in un sacco di lino, affascinandolo a tal punto da diventarne l’amante. Il suo ascendente, d’altronde, era notevole: “quando parlava aveva una voce dolcissima […] in qualunque idioma volesse esprimersi”, racconta lo storiografo greco Plutarco. Colpito dall’eloquenza, dalla cultura e dal carisma di quella coraggiosa ragazza, Cesare non esitò a schierarsi al suo fianco sconfiggendo la fazione di Tolomeo e della sorella Arsinoe, altra pretendente alla corona.

“BENVENUTA A ROMA”. Due anni dopo Cleopatra poteva recarsi a Roma portando con sé il piccolo Tolomeo Cesare (detto Cesarione), frutto della sua relazione. Insieme abitarono per più di un anno in una villa sulle rive del Tevere circondata da una sfarzosa corte. «L’obiettivo della permanenza

di Cleopatra nell’urbe è facile da intuire», scrive Jones. «Per preservare l’indipendenza dell’egitto, la sovrana intendeva assicurarsi la protezione di Cesare e confermare la propria legittimità sul trono». La sua presenza non passò inosservata. Incuriositi da quella “esotica” regina, i Romani cominciarono a spettegolare sul suo conto. Il suo stile di vita raffinato era infatti agli antipodi rispetto alla tradizione romana, improntata (almeno in teoria) su valori contadini di frugalità. Il fatto che una donna fosse così potente era inoltre inaccettabile per la società maschilista dell’epoca, in cui le donne erano escluse dalla vita politica. Non bastasse, Cesare era già sposato con Calpurnia, aristocratica “romana doc”, e le eccessive attenzioni riservate a quell’arrogante concubina “barbara”, tra cui la scelta di dedicarle una statua, non fecero che moltiplicare il disprezzo. I “bacchettoni” più incalliti erano i nemici di Cesare, che alimentavano continui pettegolezzi per screditarlo e arrivarono a insinuare che egli volesse trasferire la capitale ad Alessandria d’egitto, per compiacere la regina. In ogni caso, fino a quando il suo protettore fu al potere, Cleopatra era al sicuro. Le cose cambiarono con l’uccisione del “tiranno”, nel marzo del 44 a.c., che costrinse la regina a riparare in Egitto, mentre l’urbe precipitava nel caos.

NUOVO ALLEATO. Rientrata in patria, si pensa che Cleopatra abbia avvelenato l’altro fratello Tolomeo XIV

(con cui era formalmente associata al trono), spianando la successione al piccolo Cesarione. Nell’urbe, invece, dopo la sconfitta dei Cesaricidi a Filippi (42 a.c.), entravano in scena Gaio Giulio Cesare Ottaviano, giovane pronipote ed erede di Cesare, e Marco Antonio, fedelissimo comandante del dittatore assassinato. L’anno prima, i due si erano spartiti insieme a Lepido i territori romani: Ottaviano aveva scelto Roma e le province occidentali, ad Antonio erano spettate invece le ricche terre d’oriente, dove strinse alleanza con l’egitto. Anche su di lui, però, il fascino di Cleopatra ebbe un effetto micidiale. Il rapporto amoroso tra la seducente regina d’egitto e il

valoroso soldato romano ha ispirato la fantasia di registi e poeti, Shakespeare in primis, ma dietro tale unione non c’era solo l’amore: alleandosi con il triumviro, Cleopatra tentava ancora una volta di salvaguardare il suo regno, dimostrandosi ben più lungimirante di una semplice seduttrice. «Il legame con Cleopatra determinò tuttavia la perdita della credibilità politica di Antonio», scrive Jones. «I Romani vedevano con sospetto i suoi favori alla sovrana, che riguardarono anche la cessione all’egitto di alcuni territori siriani formalmente appartenenti all’urbe»

Antonio e Cleopatra si erano sposati con rito egizio (non riconosciuto dalla legge romana), avevano avuto tre figli e conducevano uno stile di vita eccentrico tra banchetti e lussi d’ogni genere. Quando il rapporto tra i due triumviri si ruppe definitivamente, l’astuto Ottaviano sfruttò la cosa a suo vantaggio, mettendo in moto la “macchina del fango” e descrivendo Antonio come un rammollito ubriacone. Non che dovette faticare molto a convincere i suoi concittadini: questi accomunavano istintivamente le corti orientali, piene di eunuchi e di “effeminati”, all’idea di depravazione e lussuria.

MALEFICA. L’asso nella manica per intaccare la popolarità del rivale fu Cleopatra. Le maldicenze di cui era stata vittima mentre si trovava a Roma erano solo l’antipasto della nuova campagna propagandistica di Ottaviano. Come una fattucchiera, si diceva, la regina aveva ridotto in suo potere Antonio ricorrendo a incantesimi e filtri magici.

Il suo obiettivo era manipolarlo come un burattino al fine di conquistare l’urbe. Lasciarla fare, significava condannare i cittadini romani ad assoggettarsi a un popolo, quello egizio, che adorava ignobili dèi “dalle forme di animali”. Per gettare fango sul nemico, Ottaviano non esitò a mettere in mezzo la sorella Ottavia. Dopo averla data in sposa al rivale, approfittò dell’allontanamento e del successivo divorzio tra i due per contrapporla alla sovrana tolemaide. «Ottavia godeva di immenso rispetto tra i Romani e Antonio apparve così come un traditore che le aveva preferito Cleopatra», scrive Jones. Il colpo di grazia arrivò con un coup de théâtre: strappato il testamento di Antonio dal tempio delle Vestali, Ottaviano ne diede lettura in Senato e il testo scandalizzò l’intera città: tra le altre cose, il triumviro intendeva lasciare vasti territori orientali a Cleopatra e chiedeva di essere sepolto ad Alessandria e non a Roma.

Era vero? Alcuni storici l’hanno messo in dubbio, contestano l’autenticità del documento e sostengono che sia stato “ritoccato”. In ogni caso, tanto bastò per scatenare la guerra. Al fine di dribblare l’accusa di aver iniziato l’ennesimo conflitto civile, Ottaviano non la dichiarò però ad Antonio ma alla “straniera” Cleopatra. POETI “DI REGIME”. L’epilogo dello scontro è noto: vinta la battaglia navale di Azio (31 a.c.), l’anno seguente Ottaviano marciò su Alessandria. Ormai nelle mani del nemico, Antonio si gettò sulla propria spada, mentre Cleopatra si diede la morte poco dopo, nonostante Ottaviano tentasse fino all’ultimo di impedire quel suicidio, forse per portarla con sé nell’urbe come trofeo da esibire durante il trionfo. «Nella celeberrima versione dello storico Plutarco, la regina, vestita dei suoi abiti più belli e adagiata su un triclinio d’oro, decise di farsi mordere da un aspide nascosto in un cesto di fichi», racconta la storica. C’è chi invece

sostiene che abbia ingerito del veleno o sia stata morsa da un cobra, serpente sacro tra gli Egizi. Comunque sia, con la sua sconfitta l’egitto perdeva definitivamente l’indipendenza e diventava provincia romana. Ottaviano, ormai padrone assoluto di Roma, muterà poco dopo la repubblica in un principato.

A gloria del nuovo princeps, poeti come Properzio, Virgilio e Orazio esalteranno le sue vittorie, perpetrando l’immagine negativa della regina egizia. “Ora bisogna bere”, scriveva Orazio per festeggiare la morte dell’odiata sovrana. Ironia della Storia, però, furono proprio loro a creare un alone mitico attorno a lei. TRA STORIA E MITO. Già subito dopo la morte, Cleopatra si trasformò in una figura leggendaria, che ogni epoca ha rappresentato secondo lo spirito del suo tempo: nel Medioevo divenne una “cortigiana” (tanto che Dante la piazzerà nel girone infernale dei lussuriosi); nel Rinascimento l’amante pronta a sacrificarsi per amore; più recentemente, il New York Times l’ha persino indicata come l’archetipo della “donna in carriera” mentre Alberto Angela l’ha paragonata a Lady Gaga per la capacità di stupire.

Ma al di là delle etichette affibbiatele, certo è che la fama di mangiauomini oscurò il suo talento politico, anche se alcune fonti arabe la descrissero come una sovrana illuminata, amante delle arti e della scienza e capace amministratrice. «Duemila anni dopo, è ancora difficile conoscere la vera Cleopatra», scrive Jones.

Di certo, al di là della propaganda, persino gli odiati Romani ammirarono la fierezza regale con cui era uscita di scena. In fondo, lo sapeva anche Orazio, che nella stessa ode in cui la vituperava scriveva: “osò guardare la sua reggia umiliata con sereno sguardo, coraggiosa a toccare terribili serpenti […] per sottrarsi ai vascelli nemici, per impedire d’essere condotta, come donna comune, lei, donna regale, al superbo trionfo”.

Massimo Manzo
(Focus Storia)

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