I Vangeli sono romanzi fantastici

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Jorge Luis Borges ha lasciato, tra le tante, questa sorprendente osservazione: i testi sacri sono un ramo della letteratura fantastica. Parole che alla luce della teologia possono sembrare riduttive se non blasfeme. Invece, in quel richiamo alla letteratura potrebbe esserci un’intuizione che si può tentare di cogliere aggiungendovi un celebre aforisma di Umberto Eco: su ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare. I personaggi delle Scritture ci vengono incontro irrigiditi dalla loro funzione, non uomini e donne ma simboli, figure piene di fascino che però si presentano con la fissità delle statue. Viene da chiedersi se non sia possibile raccontarli come se fossero protagonisti d’un dramma o d’un romanzo, fatti come ciascuno di noi di carne e di sangue, ma completati, come ogni personaggio della letteratura, da un plausibile rivestimento fantastico.
Si può partire da una certezza: la sopravvivenza nell’immaginazione del mondo di quegli uomini e di quelle donne è molto più importante della loro incerta verità storica. Tuttavia, sul comportamento di quegli uomini e di quelle donne si sono fondate in Occidente le basi della convivenza, è stata edificata una civiltà. La circostanza che oggi, in società sempre più secolarizzate, quei precetti abbiano perso una parte della loro forza esemplare, nulla toglie all’importanza che hanno avuto. Anche a causa loro, la storia del nostro paese e dell’Europa è andata com’è andata.
Riprendiamo Borges. Mettiamoci nella condizione di un viaggiatore che, venuto da un mondo lontano, cominciasse a sfogliare le pagine dei Vangeli totalmente ignaro della loro origine e di ogni possibile implicazione teologica; che cosa leggerebbe? In buona sostanza quattro versioni in parte simili della tragica vicenda di un predicatore che, avendo sfidato il potere, viene processato e condannato a morte. L’altro elemento che colpirebbe il nostro ipotetico lettore ingenuo è la folla di personaggi in cui il protagonista s’imbatte nel corso della sua breve esistenza; lo colpirebbe la diversità delle loro reazioni con estremi opposti di odio implacabile e di smisurato amore. Poi noterebbe le turbe, il popolo, una folla indistinta, poveramente vestita, rassegnata o crudele, fatta di pescatori, operai dei campi e delle vigne, di pastori, tutti analfabeti, alcuni gravemente malati o affetti da disturbi d’origine nervosa, tutti fiduciosi nella storia del loro popolo e nell’aiuto costante, in pace e in guerra, del loro Dio.
Da questa povera folla si distaccano alcune figure con ruolo di coprotagonisti. La madre del condannato figura che dovrebbe avere carattere centrale e che invece risulta appena abbozzata, una presenza sfuggente. Ecco un enigma sul quale il nostro viaggiatore si interrogherebbe. Quale logica, quale psicologia, quali necessità narrative spiegano un rapporto così scarno che solo al momento della morte si tinge di vero patimento e d’affetto? Ancora meno comprensibile gli apparirebbe la figura del padre del condannato. Un personaggio esile, muto davanti all’incalzare degli eventi, muto davanti alle dicerie che hanno accompagnato la nascita di quel suo ragazzo. Sappiamo che si chiama Yosef, Giuseppe, ma chi è in realtà? Umile, certo, un carpentiere, al più un piccolo impresario edile, sicuramente un buon ebreo, osservante della Torah. Nessuno di questi elementi aiuta a spiegarne il comportamento. Anche qui bisognerà indagare.
Viene ora incontro con torva baldanza un’altra enigmatica figura, si chiama Giuda, più precisamente Giuda Iscariota. Molte persone lo accusano di tradimento, cioè di aver venduto il leader del piccolo gruppo di cui fa parte – e di cui è il tesoriere – alle autorità del Tempio e a quelle romane. Perché lo ha fatto? Per denaro? Sembra improbabile, la cifra di cui si parla è irrisoria: trenta monete d’argento, il risarcimento di uno schiavo ucciso. Lo stesso prezzo per uno schiavo ucciso e per un uomo accusato di un reato così grave? Incredibile. Quale motivazione può spiegare un gesto che appare abietto?
Le cose non sono semplici ma una spiegazione forse c’è e potrebbe essere proprio Giuda a darcela. Non abbiamo ancora finito di interrogarci sull’enigma di Giuda che una donna si distacca dalla folla dirigendosi verso di noi; viene da Magdala, si chiama Myriam, ovvero Maria, molti la conoscono come La Maddalena. Il suo passato è oscuro, c’è chi dice che si sia guadagnata da vivere prostituendosi; dal suo sguardo fermo trapela una determinazione che ne svela il temperamento: questa donna sa imporsi, ha il carattere di un capo, potrebbe sorprenderci con gesti estremi. È bella e lo sa, infatti usa l’avvenenza come un’arma.
Quasi tutti questi personaggi indossano le povere vesti in uso nella Palestina di venti secoli fa. Una figura si distingue però dalle altre, si fa notare per la tunica di un bianco immacolato che lo avvolge, per i calzari di buon cuoio sbalzato, unti con grasso di bue, per un prezioso monile che orna lo scollo dei vestimenti. Non è un giudeo ma un alto funzionario romano, si chiama Pilato, Ponzio Pilato. L’imperatore Tiberio lo ha mandato, col grado di procuratore, a reggere la difficile regione della Giudea, perennemente inquieta. Il mandato non è entusiasmante: si tratta di terre povere, con vaste zone desertiche, abitate da genti riottose, fanatici religiosi che hanno la pretesa ridicola – agli occhi di un romano – di adorare un unico dio, come se un dio fosse in grado, da solo, di gestire il caos dell’animo umano.
Tutti questi personaggi, e altri che incontreremo, chiedono che la loro storia sia raccontata come le fonti la tramandano ma anche come possono completarla coerenti aggiunte narrative perché emerga più chiaramente lo svolgimento dei fatti e il ruolo che ognuno vi ha avuto. Prima di essere testi sacri le pagine dei Vangeli contengono uno straordinario racconto. Cominciando dalla storia principale, l’asse portante attorno al quale tutte le altre si svolgono ovvero la vicenda del protagonista, l’uomo della profezia e della croce che volle sfidare il potere e ne rimase schiacciato.

Corrado Augias e Giovanni Filoramo, da “La Repubblica”

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