Le parole del corpo

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Tuffo al cuore

Extrasistole o aggiunta di un battito nel normale ritmo cardiaco, accompagnata dalla sensazione di un vero tonfo improvviso nella cassa toracica, provocato generalmente da un grande spavento o da una grande emozione. Pare che a coniare l’espressione fu l’esploratore inglese Robert F. Scott quando, nel 1912, dopo grandi fatiche e altrettanto grandi perdite vide sventolare al Polo Sud tanto inseguito la bandiera nera di Amundsen, legata a un pattino da slitta.

Stinco di santo

Antico piatto norvegese, delle Isole Lofoten, dalle proprietà taumaturgiche, la cui ricetta viene tramandata solo oralmente. Si racconta che l’assaggio del prelibato stinco venisse accompagnato da musiche celestiali e visioni angeliche. Solo successivamente l’espressione arrivò a indicare la tibia, generalmente chiamata stinco, che proprio grazie alla diffusione della ricetta divenne l’osso più in vista nei reliquiari medievali.

Latte alle ginocchia

Nel 1938 un piccolo terremoto nella zona di Las Palmas, California, provocò la rottura delle cinque cisterne del latte dell’azienda Sand&Sons, causando un’esondazione di proporzioni bibliche. Il livello del latte salì così tanto che gli operai, immersi fino alle ginocchia nel liquido, impiegarono giorni a sistemare il disastro. Nella cittadina da allora è in voga l’espressione «latte alle ginocchia» per riferirsi a un avvenimento noioso e seccante.

Dente avvelenato

Espressione derivante da un gioco di squadra cinese, popolare durante la dinastia Qin (fine III secolo a.C.), non dissimile dal contemporaneo ruba bandiera. Il gioco prevedeva il recupero di un particolare e piuttosto raro dente fossile di dinosauro sulla sommità di una torre d’avvistamento. Il giocatore che recuperava il prezioso oggetto aveva facoltà di eliminare gli altri dal gioco tramite un semplice tocco. Da qui l’espressione «avere il dente avvelenato» per riferirsi a una situazione di grande rabbia.

Mani di fata

Esempio classico di trascrizione errata, portato spesso come frase trabocchetto per studenti di paleografia alle prime armi. L’espressione corretta, dal latino volgare manidi fata deriva dal verbo mando, «mordere», e fata, «destino», con il senso di «mordere il destino»: significava così l’invito a vivere il futuro senza timore. Tuttavia, l’errore divenne più famoso dell’espressione corretta, andando a indicare le regioni periferiche superiori dei più noti esseri fantastici.

Cuore d’oro

In realtà la versione corretta di questa espressione non è «avere il cuore d’oro» bensì «avere il cuore di Doro». Doro, infatti, fratello di Eolo, era il capostipite della stirpe dei Dori. Grazie a lui e a suo figlio Tettamo, gli Eoli e i Pelasgi si reinsediarono a Creta e, colpiti dalla grande bontà dell’uomo, lo usarono negli anni come metro di paragone: un uomo giusto, da quel momento, era qualcuno che «aveva il cuore di Doro».

Una mano lava l’altra

Nella versione italiana di Vegas, film del 1998 diretto da Terry Gilliam, Raoul Duke insegna questa espressione a una delle addette alle pulizie, facendole credere di essere stata assoldata dall’Fbi. Dall’uscita del film l’espressione viene usata dagli storici per intendere gli scambi di favori tra Bureau e Cia nell’epoca subito successiva allo scandalo del Watergate.

Polmone verde

Nella Farsalia, Marco Anneo Lucano racconta che nell’arte divinatoria etrusca dell’aruspicina, che prevedeva la lettura delle interiora di animali da parte di un sacerdote per vaticinare il futuro, la presenza di un polmone di colore verdastro all’interno dell’animale fosse segno di grandi sventure. Ecco perché l’espressione è andata a indicare le grandi aree forestali del pianeta in sofferenza. Un antico polmone in terracotta è conservato a Piacenza, presso il Museo Civico, nella teca accanto al più famoso fegato.

Sangue amaro

Nella sua opera Argonauti del Pacifico Occidentale l’antropologo Bronisław Malinowski descrisse alla perfezione gli usi e i costumi della cultura indigena delle isole Trobriand. Nel raccontare gli aspetti di un particolare rito di cannibalismo, durante il quale si offriva una ciotola colma di sangue alla donna più anziana, se ella r i te neva l ’o maggio poco g r a di to profe r i va l’espressione, che Malinovski trascrisse ‘awladårà-sà, che tradotta letteralmente può significare «questo sangue è amaro, non lo voglio».

Amaro in bocca

Questo modo di dire si rifà alla tradizione della produzione di elisir a base di erbe dell’Italia meridionale, proveniente pare direttamente dalla spagirica. Nelle locande, quando si voleva ritardare la partenza del convoglio o del messo papale, gli si intimava di avere ancora «l’amaro in bocca», ovvero di non avere concluso il pasto, fatto di tremenda maleducazione e cagione di sventure, mal tollerato dalla comunità.

Tallone di Achille

Molti conoscono la storia di Achille e delle sue grandi gesta. Quello che però è rimasto nascosto ai più è che l’eroe mitico era anche un grande appassionato di botanica e di giardinaggio. È risaputo che possedesse infatti, protetto dai mirmidoni e curato dalle nereidi, un gigantesco tallo, proprio della specie dei licheni, per cui aveva una vera ossessione. Era così innamorato del suo muschio, chiamato quindi in seguito «tallone» dagli specialisti e dagli storici, che molti lo considerarono a lungo il suo unico punto debole.

Braccino corto

Espressione goliardica comune nei primi anni Settanta tra i paleontologi per indicare il ritrovamento di un Tyrannosaurus Rex, anche chiamato «il sauro dal braccino corto», a causa dell’avarizia con il quale i suoi scheletri venivano alla luce. Nonostante le sue grandi dimensioni infatti, gli arti superiori dell’enorme rettile erano motivo di grande imbarazzo. L’espressione attirò poi l’attenzione dei venditori di stoffa che per risparmiare cominciarono a usare le braccia dei giovani garzoni come misura di vendita.

Fare le cose con la mano sinistra

Quando Frate Alcinoo, amanuense dell’abbazia di Montecassino, capì che gli rimanevano ancora pochi giorni decise di raddoppiare i suoi sforzi per completare la grande opera della sua vita, quello che oggi viene chiamato Codex Sinister, un manoscritto in beneventana cassinese che riportava l’agiografia dei Santi Iosafat e Barlaam. Si dà il caso che il frate avesse la mano destra offesa, e dovette scrivere tutta l’opera con la sinistra. Benché convinto del suo ambidestrismo, il prezioso codice miniato è tutt’ora un mistero, data la sua illegibilità. Oggi l’espressione si usa per riferirsi a qualcosa fatta di fretta e male.

Olio di gomito

Il liquido sinoviale, che funge da lubrificante per le giunzioni articolari, è una composizione di acido ialuronico e glicoproteine. Molto ricercato dagli alchimisti per le loro preparazioni, l’olio di gomito veniva di norma estratto dalle articolazioni di condannati a morte prima dell’esecuzione. Oggi l’espressione «dare olio di gomito» è andata a intendere l’offrire tutto sé stessi per un lavoro lungo e doloroso di scopo superiore.

Sulla punta della lingua

Nella primavera del 1721, poco prima della sua esecuzione nel mar dei Caraibi, al largo della Giamaica, la piratessa Mary Read chiese come ultimo desiderio un bacio dal capitano Morgan. Quando il pirata si avvicinò alla passerella dove Mary era legata per darle quell’ultimo gesto d’amore, lei gli si avventò contro mordendogli la lingua. Negli anni seguenti, quando al bucaniere veniva chiesto che fine avesse fatto la leggendaria Mary, lui soleva balbettare, facendosi truce e mostrando la cicatrice: «Ce l’ho sulla punta della lingua».

All’anatomia umana sono legati modi di dire curiosi ed espressioni bizzarre… «La Lettura» ha chiesto a uno scrittore di immaginarne l’origine: storica (mica tanto), geografica (insomma), mitologica (mah), scientifica (così così). In realtà quello che si compone in queste pagine è un «dizionario fantastico», un gioco sul significato di trenta locuzioni che da sempre accompagnano la nostra vita e le nostre conversazioni. Per esempio: avere il latte alle ginocchia si riferisce chiaramente a un avvenimento noioso o a una situazione seccante, rispetto alla quale si nota un certo fastidio. Ancora: è capitato a tutti di avere un tuffo al cuore (anche più di uno), e poi, probabilmente non molto tempo dopo, di avere il cuore a pezzi. Ecco, Matteo Trevisani ha provato a immaginare l’origine di questi modi di dire

Occhio di lince

L’espressione nasce come motto nell’Accademia dei Lincei, una delle istituzioni scientifiche più antiche d’Europa. La lince infatti, animale presente anche nello stemma dell’Accademia, deve il suo nome all’argonauta Linceo, dotato di una vista eccezionale che aveva la capacità di vedere sottoterra. Oggi è soprattutto un beffardo eufemismo per riferirsi ai membri più anziani dell’accademia.

Orecchie da mercante

Negli ultimi caravanserragli, poco prima che la Via della Seta cadesse in disuso e le enormi carovane finissero ingoiate dai deserti, riecheggiava la storia di Assim, un venditore di tappeti iraniano, e di suo figlio Darioush. Il ragazzo si perse nella grande confusione del serraglio. Il padre, pur di ritrovarlo, promise che avrebbe abbandonato il nomadismo e si sarebbe fermato nella prima città che avessero incontrato. Come sacrificio si tagliò un orecchio e lo offrì agli spiriti del deserto. La strategia funzionò, i due si fermarono vicino a Karakorum, dove si diedero all’allevamento del bestiame. Ancora oggi, in Mongolia, chi cerca qualcosa che è perduto costruisce delle piccole orecchie d’argilla, come ex voto, e le appende fuori dalla porta.

Un occhio della testa

Il detto, usato solitamente per sottolineare il grande valore di qualcosa, si riferisce al leggendario diamante Orlov, di 195 carati, incastonato in uno dei due occhi di un’antica statua di Brahma a Pondicherry, India. La leggenda vuole che il diamante fosse stato rubato da un monaco e che da allora i possessori del diamante siano soggetti a una grande e antica maledizione. L’ultimo possessore è un gioielliere di Johnstown, Pennsylvania.

Cuore a pezzi

Espressione usata da Casanova in Storia della mia vita, autobiografia che narra le gesta del gentiluomo veneziano. Racconta Casanova che tornando in un albergo di Ginevra trova alla finestra una scritta che lui stesso aveva inciso anni prima, a futuro monito. La frase dice: «Dimenticherai anche Henriette». In quel momento l’uomo viene assalito dal ricordo dell’unica donna che forse abbia amato con sincerità, usando le parole poi diventate di uso comune: «Mi sentivo il cuore a pezzi».

Prendere per il naso

Fu l’esploratore statunitense William Clark a incontrare per primo la tribù pellerossa dei Nez Percés (dal francese «nasi forati») stanziali in quello che oggi è lo stato dell’Idaho. Anche se il loro nome può trarre d’inganno, furono altre le tribù che usavano forarsi il setto nasale per bellezza. L’ornamento del naso è una tradizione arcaica: basti pensare che addirittura nell’India dei Veda le giovani spose attiravano a sé lo sposo tirando con uno spago di canapa un piccolo anello sotto le narici. Da allora si è pensato di utilizzare lo stesso strumento con i bovini, allo scopo di ammansirli. Per quello «prendere per il naso» può anche voler dire «portare in giro».

Andare con i piedi di piombo

Attestato fin dal XIV secolo il detto implica lentezza nei movimenti e dunque accortezza nel prendere le decisioni. Conosciuto e usato già dagli antichi romani, il pesante metallo veniva usato per rallentare il passo dei cavalli e delle truppe durante le lunghe marce. A metà Ottocento i primi palombari usavano scarponi zavorrati di piombo per permettere la marcia sul fondale marino: in questo modo l’espressione divenne di uso comune.

La testa tra le nuvole

«Ho ancora la testa fra le nuvole»: fu con questa espressione che la leggendaria aviatrice statunitense Amelia Earhart salutò i giornalisti che la attendevano a Honolulu, dopo che nel 1932 divenne la prima donna a completare la traversata sul Pacifico.

Colpo d’occhio

Nel 1571, prima di scrivere il Don Chisciotte, Miguel de Cervantes partecipò alla Battaglia di Lepanto, perdendo un occhio e l’uso della mano sinistra. Fu ricoverato in Sicilia, a Messina. Mancino, dal carattere iracondo, pare che solesse lanciare il suo occhio di vetro contro chi lo importunava. Il duomo di Messina conserva ancora una vetrata rotta a memoria di uno dei suoi scatti d’ira. La didascalia reca la scritta, datata 1654 e restaurata da poco: «Colpo d’ochio de Miguel de Cervantes, ingenioso hidalgo».

Essere in gamba

Nei sei manoscritti che compongono il Liber monstrorum de diversis generibus vengono descritti molti portenti che nell’VIII secolo si credeva abitassero il mondo. In essi vengono descritti anche gli sciapodi, uomini di una sola gamba che terminava in un grosso piede con il quale erano soliti farsi ombra. Descritta anche da Plinio, la figura dello sciapode rimase nei secoli metafora di portento, di essere meraviglioso. Da qui l’espressione «essere in gamba».

Stomaco di ferro

Le Canard Digérateur era il nome di un automa meccanico a forma di anatra costruito nel 1793 da Jacques de Vaucanson, capace di digerire in uno stomaco di ferro i semi che riusciva a raccogliere con il becco. Voltaire, rimasto impressionato dall’invenzione, ribattezzò il suo inventore «rivale di Prometeo». Lo stomaco di ferro è oggi un modo di dire per riferirsi a qualcuno in grado di digerire qualsiasi cosa. Il prezioso automa andò distrutto nel 1879 durante l’incendio del museo di Nižnij Novgorod, in Russia.

Avere una buona mano

La Mano della Gloria era un artefatto magico usato nell’Inghilterra del XVII secolo, costituito da una mano essiccata di un criminale morto per impiccagione. Usata soprattutto dai ladri, si credeva che se utilizzata come candeliere la mano avesse il potere di paralizzare chiunque la guardasse. Da qui deriva l’espressione idiomatica «che tu abbia una buona mano», ovvero l’augurio che si rivolgevano tra loro i ladri prima di compiere il furto. Una Mano della Gloria è custodita oggi al museo di Whitby, nello Yorkshire.

Pelle d’oca

Quando nell’885 i Vichinghi giunsero nei pressi di Parigi, fecero esperienza di una temperatura insolitamente alta. Abbandonarono così le pelli di cui si rivestivano e si misero alla ricerca di abiti più consoni. Fu uno dei servitori di Rollone a indossare per primo il delicato piumaggio dei volatili che nuotavano nella Senna. Dopo l’assedio, l’espressione «pelle d’oca» viene usata per riferirsi all’arrivo del freddo. Una tunica di pelle d’oca è conservata presso il Louvre, ma alcuni studiosi hanno recentemente messo in dubbio la sua autenticità.

Con il cuore in mano

Espressione riportata dal Codice Mendoza, un manoscritto del 1540, che riferisce usi e costumi del popolo azteco. Particolarmente cruento è il racconto del Sacrificio del cuore: il sacerdote estraeva l’organo ancora palpitante dal corpo della vittima e poi lo offriva agli dèi recitando preghiere e formule. Da allora con l’espressione si intende una completa franchezza e sincerità nell’espressione verbale.

Essere senza cuore

Molti pensano che sia questo il motivo per il quale il Golem si ribellò al suo creatore. Secondo la leggenda, infatti, nella creazione del suo servo, Rabbi Loew aveva tralasciato di dotarlo dell’organo sede dell’anima. Fu per questo, e non per distrazione, che l’«essere senza cuore» per eccellenza sfuggì al controllo del suo creatore, distruggendo la città.

Alzare il gomito

Durante la festa di Santa Brigida gli uomini e le donne dell’Isola di Man si salutano alzando il gomito. A quanto pare il gesto viene ancora oggi usato per riferirsi alla storia di Cailleach, divinità femminile dell’inverno, capace di trasformarsi in uccello. Nelle locande, dopo il saluto arrivava il momento del brindisi: per questo motivo oggi «alzare il gomito» è un’espressione legata al consumo di alcol.

Matteo Trevisani, da “La Lettura“, CorSera, 1° settembre 2019

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