John le Carré La spia che viene dalla Brexit

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Diceva George Orwell che l’inferno, per Graham Greene, è «un club esclusivo riservato ai cattolici, e c’è qualcosa di molto chic nella dannazione». L’inferno di John le Carré è la landa desolata dei patrioti traditi dalla patria, uomini e donne ai quali la nazione ha insegnato le «arti oscure» dello spionaggio per poi abbandonarli al loro destino per corruzione, duplicità, o semplicemente — nei casi più tragici di tutti — sciatteria. La Guerra fredda a le Carré forniva per lo meno una tassonomia del peccato dove il crimine della «talpa», l’infiltrato dei russi, era il più grave di tutti, ma sempre dotato di una certa nobiltà: Karla, il direttore del Kgb tanto misterioso che le Carré non gli dà neppure un nome vero ma soltanto un nome d’arte, è la nemesi di George Smiley ma anche il suo alter ego (e di Smiley, come sanno i lettori del maestro inglese, Karla conserva un accendino — come un trofeo di guerra, o come si fa con i ricordi delle persone alle quali abbiamo voluto bene?).
La fine della Guerra fredda è la fine della prima parte della carriera di le Carré cominciata con il trittico d’esordio — Chiamata per il morto (1961), Un delitto di classe (1962), La spia che venne dal freddo (1963) — e culminata con il suo capolavoro, La talpa (1974).
Negli anni 90 le Carré pensiona George Smiley, la sua creazione più maestosa, che continua ad amare la patria e la moglie dopo che entrambe l’hanno tradito. È un le Carré più libero di viaggiare e sperimentare altre vesti per i suoi temi preferiti — la lealtà, il senso del dovere, il capovolgimento degli obblighi morali. Il direttore di notte (1993), Il sarto di Panama (1996), Il giardiniere tenace (2001), Amici assoluti (2003), i romanzi più importanti di questo secondo periodo.
C’è infine, dagli ottant’anni in poi, il periodo della sua luminosa vecchiaia. Il nostro traditore tipo (2010) è il romanzo nel quale si toglie dalla scarpa il sassolino della feroce antipatia per gli oligarchi russi, il loro materialismo e la loro vanità (e si permette un incipit lungo cento pagine, dal ritmo molto basso). Una verità delicata (2013) gioca con l’autobiografia: ammette di avere prestato molte sue caratteristiche ai due protagonisti, ed è anche il romanzo che gli permette di togliersi un altro storico sassolino, l’antipatia per gli americani — non ha mai ambientato un libro negli Stati Uniti in 58 anni di lavoro e la sua posizione può essere riassunta dal magistrale John Hurt che nel film ricavato da La talpa dice, quasi sputando per il disgusto, «i tuoi maledetti Yankee!», facendo ammutolire il collega Alleline che si era permesso di evocare Washington in una riunione.
Non c’era abbastanza autobiografia? Il maestro allora festeggia gli 85 anni, nel 2016, pubblicando a sorpresa Tiro al piccione, autobiografia volutamente enigmatica nella quale gioca con il lettore e le sue aspettative, che nasconde più di quel che racconta facendo lo slalom tra le cose che sappiamo di lui e quelle che avremmo voluto sapere. Invece, due anni fa, ecco a sorpresa Un passato da spia (2017) dove riprende la vicenda del suo terzo romanzo 54 anni dopo: un prequel de La spia che venne dal freddo, il romanzo che gli ha dato la fama e ha cambiato la sua vita. Dopo 27 anni ritorna — un’altra sorpresa — anche George Smiley. Vive in uno chalet sulle Alpi svizzere, proprio dove le Carré possiede da decenni una casa comprata con i proventi delle storie di Smiley.
Poi, verso la fine dell’anno scorso, l’editore britannico di le Carré riceve un bellissimo regalo di Natale: l’agente del maestro fa sapere che le Carré è tornato al lavoro, sta scrivendo un romanzo. Romanzo che «la Lettura» ha letto in anteprima e che uscirà nel Regno Unito il 17 ottobre, due giorni prima dell’ottantottesimo compleanno di le Carré, e quattordici giorni prima della Brexit (sempre che il «divorzio» dall’Ue non sia ancora una volta rinviato).
Agent Running in the Field (edito da Viking) è un libro indignato, asciutto, dove le Carré presta la sua saggezza ai due protagonisti.
C’è la spia male in arnese — e prossima al licenziamento — Nat, metà scozzese e metà russo-tedesco («Nat» sta per Anatoly), campione di badminton e marito non fedelissimo che a 47 anni contempla l’ipotesi della convocazione all’ufficio del personale per ricevere «una tazza di caffè freddo e un appuntamento, tre porte più in là, con l’ufficio Ricollocamento, che mi presenterà ghiotte offerte nell’industria delle armi o come mercenario, o magari le classiche destinazioni per le ex spie, il National Trust e l’Automobile club e le scuole private in cerca di un vicepreside».
Invece Nat riceve da un imbelle superiore più giovane — dotato d’un «bell’aspetto da croupier» e di bretelle e di intolleranza ai latticini nel caffè — l’offerta di diventare finalmente capo di un’unità, e di un’unità che si occupa di Russia, il bersaglio numero
1 per una spia britannica di Sua Maestà, il Paese che Nat conosce benissimo e nel quale lavorò da giovane senza essere considerato abbastanza bravo da rimanerci, dirottato in altri Paesi dell’Est e, in una parentesi, «a Trieste». Anche se è un’unità senza fondi e piena di agenti «bolliti», Nat riesce a trovare una pepita d’oro. E il romanzo, dopo un’introduzione fatta di pezzi di bravura realizzati con il bulino, comincia.
Poi c’è l’altro protagonista, Ed («Nessuno usa più i cognomi in Gran Bretagna ormai», si lamenta Nat: è la fine della tradizione ereditata dalle public school, i personaggi de La talpa si chiamavano tutti per cognome), abbastanza insopportabile, moralista che odia la Brexit.
Brexit: il romanzo è ambientato nel 2018 con le spie britanniche intente a salvare quel che resta dell’Alleanza atlantica boicottata da Trump, l’Europa lontanissima, e i russi «mai così aggressivi e cattivi» che non usano le solite spie ma «illegali» arruolati tra la criminalità organizzata, delinquenti comuni che fanno inorridire le Carré. L’autore dice di essere «un orologiaio» e Agent
Running in the Field è un meccanismo tanto sofisticato quanto elegante, che parte con una serie di pezzi di bravura — il club di Badminton, Nat il linguista che spiega come mai parla russo con l’accento francese e francese con accento russo e inglese con accento scozzese, Moira dell’ufficio del personale delle spie, il dirigente yuppie in bretelle — e poi fa scattare il meccanismo, spietato.
È un libro spietato, dalla prosa nitida, cartesiana: il maestro sulle vette della sua bravura. Secondo Elias Canetti le lettere di Kafka a Felice Bauer — specialmente quelle dei primi sei mesi del corteggiamento goffo e febbrile, la metà del totale del carteggio che attraversa cinque anni e due fidanzamenti cancellati — dimostrano che «Kafka è uno scrittore flaubertiano, per lui nessun dettaglio è banale a patto che sia giusto». John le Carré è, in questo senso, uno scrittore flaubertiano: attraverso dettagli banali — una rotellina metallica quasi invisibile a occhio nudo pare banale — costruisce un orologio affascinante. In Tiro
al piccione spiega: «Ho cercato di fare del mondo segreto che un tempo conoscevo un palcoscenico per i mondi più ampi in cui viviamo. Prima viene l’immaginazione, poi la ricerca della realtà. E infine il ritorno all’immaginazione e alla scrivania dove mi trovo ora».

MATTEO PERSIVALE, «La Lettura», Corriere della Sera 8 Sep 2019

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