Intrigo nel Pacifico

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Con l’attacco alla base americana di Pearl Harbor, l’America entrò in guerra. Ma fu vera sorpresa o una trappola congegnata dai poteri forti per convincere l’opinione pubblica?
Le uniche cose certe sono le bombe giapponesi e i morti statunitensi. Ma sul come e sul perché si giunse a quel mattino del 7 dicembre 1941 – quando la base navale Usa di Pearl Harbor (Hawaii) fu attaccata da forze aeree nipponiche – gli storici non concordano. La domanda è: si trattò di un attacco a sorpresa, come scrisse la stampa a stelle e strisce, o qualcosa era trapelato e si poteva evitare una strage che costò la vita a oltre 2mila uomini e trascinò il Paese nel secondo conflitto mondiale? Le risposte degli storici sono di tre tipi. Primo tipo: “sì, il bombardamento prese tutti alla sprovvista e fu un’infamia poiché non preceduto da una formale dichiarazione di guerra”. Secondo tipo: “ni, le intenzioni giapponesi erano note, ma il disastro fu colpa di ufficiali incompetenti”. Terzo tipo: “no, nessuna sorpresa, il presidente Usa Franklin Delano Roosevelt conosceva le intenzioni nipponiche ed era ansioso di trovare un casus belli per entrare in guerra”. Per capire se la spiegazione “del terzo tipo” è un’esagerazione bisogna riavvolgere il nastro della Storia di 75 anni. Alta tensione. Nell’autunno del 1940, 12 mesi dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale, il Giappone (alleato dell’Italia di Mussolini e della Germania di Hitler) avviò l’occupazione dell’Indocina francese (attuali Vietnam, Laos e Cambogia) suscitando l’ostilità degli Stati Uniti. «Gli Usa temevano
L’ OFFENSIVA
contro la flotta del PACIFICO era stata progettata oltre UN ANNO prima di perdere la supremazia sull’area del Pacifico (controllavano le Filippine, ndr)», spiega Mario Del Pero, docente di Storia e istituzioni delle Americhe all’università di Bologna. «Sapevano infatti che in Asia non esistevano potenze che potessero contrastare l’ascesa nipponica». Per arginarne l’espansionismo, Roosevelt decretò l’embargo contro l’impero del Sol Levante, giungendo presto al blocco totale del traffico petrolifero e dell’industria pesante. Sul piano strettamente militare, si sperava invece che la potente flotta del Pacifico, che faceva base alle Haway Roma-Berlino-Tokyo, un’alleanza ostile che comprendeva l’intera massa continentale euroasiatica», aggiunge lo storico. Bisognava agire in fretta. Ma come convincere il Congresso (l’unico organo preposto a decidere un’eventuale entrata in guerra) e la cittadinanza della necessità dell’impegno bellico? Un sondaggio del settembre 1940 aveva chiarito che quasi il 90% degli americani era contrario a una partecipazione al conflitto. E lo stesso Roosevelt aveva giurato agli americani che nessun ragazzo sarebbe caduto in battaglia poiché il Paese non avrebbe mai preso parte alla guerra in Europa. A sciogliere l’impasse diedero una mano proprio i giapponesi. Piani. Nell’estate del 1941, in previsione di un fallimento dei colloqui diplomatici, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto completò la messa a punto del piano di attacco a Pearl Harbor. «Il piano prevedeva – come da tradizione giapponese – la consegna di una formale dichiarazione di guerra solo pochi minuti prima dell’inizio delle operazioni, così da sfruttare pienamente l’effetto sorpresa», spiega lo storico Sergio De Santis, esperto di spionaggio nella Seconda guerra mondiale. Con il nome in codice di Operazione Z, la manovra nipponica iniziò il 26 novembre (a trattative ancora in corso) quando una flotta composta da corazzate, incrociatori, portaerei e sommergibili salpò dalla Baia di Hitokappu (Isole Curili, a nord del Giappone) in direzione delle Hawaii. Falliti gli ultimi tentativi diplomatici, i giapponesi si portarono nei pressi dell’arcipelago americano e all’alba del 7 dicembre dalle loro portaerei si alzarono in volo ben 350 aerei carichi di bombe. Quanto alla dichiarazione di guerra, pur se partita in tempo, per una serie di intoppi giungerà alla segreteria di Stato Usa solo ad attacco iniziato. Caso volle, poi, che quando alle 7:02 un radar avvistò i primi aerei giapponesi, i militari si convinsero che si trattasse di bombardieri americani il cui arrivo era previsto a breve. E per di più il 7 dicembre 1941 era una domenica, giornata di libera uscita per gli equipaggi e quindi di minore efficienza. Il bombardamento cominciò alle 7:55, due minuti dopo che il capitano Mitsuo Fuchida aveva urlato via radio la parola d’ordine “Tora! Tora! Tora!” (tre volte “Tigre”, ma in questo caso da tradurre come “Attacco!”). In un paio d’ore di bombardamento vennero affondate quattro corazzate e altre grandi
Una nave di PATTUGLIA rilevò SOTTOMARINI, ma si preferì attendere ulteriori verifiche invece di lanciare L’ALLARME
navi da guerra e distrutti quasi 200 aerei, consegnando alla morte oltre 2.400 uomini. «Già il giorno dopo, sull’onda dell’emozione, il Congresso votò l’entrata in una guerra nella quale di fatto gli Usa erano già coinvolti», dice Del Pero. «Per mesi si era temporeggiato di fronte allo scoglio di un’opinione pubblica refrattaria a intervenire fuori dai confini». Ma lo choc fece cambiare idea a quasi tutti e molte famiglie furono orgogliose di mandare i propri figli a “vendicare Pearl Harbor”. Coincidenze. In molti, per la verità, chiesero anche spiegazioni sulla débâcle della difesa Usa. In prima battuta fu scaricata ogni responsabilità sui comandanti di stanza alle Hawaii: il generale Walter Short e l’ammiraglio Husband Edward Kimmel, destituiti dopo che una commissione d’inchiesta voluta da Roosevelt li giudicò incapaci di svolgere il loro compito. Nel corso del tempo, però, si sono accumulati molti dubbi su questa ricostruzione. Già nel 1917 gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Germania dopo aver allestito una prolungata propaganda seguita all’affondamento per mano tedesca del transatlantico Lusitania (1915), nave inglese su cui viaggiavano anche cittadini Usa. Che cosa c’entra Pearl Harbor? «C’è un’analogia», risponde De Santis. «Nel 1915 gli americani conoscevano benissimo il rischio che correva il Lusitania, che trasportava segretamente materiale bellico. La Germania aveva persino avvisato New York, porto di partenza, di non imbarcare nessuno poiché, lungo la sua rotta, rischiava di violare il blocco navale. E nel 1941 lasciare la flotta ancorata alle Hawaii era altrettanto rischioso e provocatorio». Questo il punto: in un Paese come gli Usa, dove l’opinione pubblica gioca un ruolo decisivo, serve sempre un motivo valido per muovere guerra. Nel caso di Pearl Harbor, i “dietrologi” pensano che i vertici americani abbiano voluto provocare i giapponesi offrendo loro una preda irresistibile: la flotta alle Hawaii. Un’accusa dura che molti studiosi rigettano ma che altri hanno indagato senza tabù.
Sull’onda dell’entusiasmo, i PILOTI giapponesi avrebbero voluto TORNARE con una terza ONDATA, ma furono fermati
Tra questi Robert Stinnett, ex combattente nella marina Usa e pluridecorato nel secondo conflitto mondiale, autore di uno studio durato ben 17 anni e pubblicato negli Usa nel 1999. Stinnett definisce Roosevelt una vittima della ragion di Stato, ma non ha dubbi nel dire che gli oltre 200mila documenti da lui presi in esame provano che l’attacco “non fu una sorpresa, né per il presidente, né per i suoi consiglieri politici e militari”. La tesi di Robert Stinnett si basa, tra le altre cose, sulle trascrizioni delle intercettazioni che l’esercito Usa fece ai danni della marina giapponese nel 1941, la cui divulgazione è stata possibile grazie al Freedom of Information Act del 1966, una legge che permette di accedere ai documenti desecretati. «Da questi sono emersi particolari inquietanti, come il fatto che già nel gennaio 1941 l’ambasciatore statunitense a Tokyo, Joseph Clark Grew, aveva segnalato l’esistenza di un piano per attaccare Pearl Harbor», racconta Sergio De Santis. «Inoltre risulta che i servizi Usa avevano decifrato molti messaggi giapponesi grazie a Magic, una macchina di decodifica, che a inizio dicembre avevano confermato come l’attacco fosse questione di ore». Tra l’altro, dice Stinnett, “i bollettini radio confermano che nelle due settimane precedenti l’attacco Roosevelt aveva il pieno accesso alle intercettazioni”. Cabina di regia. Stinnett si è spinto anche più in là, ipotizzando che l’attacco fu il risultato di un’occulta regia Usa. Lo ha fatto basandosi su un documento emerso nel 1994: il “memorandum Mccollum”. Si tratta di uno scritto firmato da Arthur Mccollum (uomo dell’intelligence americana) e consegnato alla presidenza Usa il 7 ottobre 1940. Nel testo si sottolineava la necessità impellente di entrare in guerra per difendere gli interessi americani e ci si augurava che ad attaccare per primo fosse il Giappone. Nel memorandum si suggerivano 8 azioni provocatorie per ottenere questo risultato, tra cui l’invio di navi e sommergibili presso le acque territoriali giapponesi, l’appoggio alla Cina, l’avvio di un embargo totale e il mantenimento della flotta Usa alle Hawaii, nonostante i rischi che ciò comportava. «Ogni punto del memorandum fu messo in atto e poco prima del 7 dicembre furono allontanate da Pearl Harbor tre portaerei, lasciando nella base navi meno moderne», ricorda De Santis.«ce n’è abbastanza per dubitare della versione ufficiale». Sacrificio. Tutti d’accordo? Naturalmente no. «Il memorandum non dimostra che Roosevelt avesse intenzione di provocare l’attacco per giustificare l’intervento americano», obietta Del Pero. Di tutt’altra opinione è Stinnett, il quale ricorda che a fine novembre i vertici militari Usa ricevettero questa comunicazione: “Gli Stati Uniti desiderano che il Giappone intraprenda il primo passo”. Secondo Stinnett, Roosevelt – seppure a malincuore – “provocò l’attacco e accettò, consapevolmente, di esporre a un enorme rischio i militari nell’area del Pacifico”. Un’area che rimarrà bollente fino all’agosto del 1945, quando il nuovo presidente americano, Harry Truman, farà sganciare le due atomiche che posero fine al conflitto, invertendo simbolicamente le sorti del 7 dicembre 1941: americane le bombe, giapponesi i quasi 200mila civili morti.

Matteo Liberti, da ‘Focus Storia Collection‘, 3 settembre •

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