Essere promossi dall’Europa e dai mercati non è tutto

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Si avvicina Natale, è tempo di lettere con richieste e impegni per grandi e piccini. Da Bruxelles ne è arrivata una destinata al governo italiano con l’opinione della Commissione in merito al documento programmatico di bilancio inviato dal nuovo governo alla metà ottobre (e poi rivisto con qualche chiarimento il 23 ottobre).

Alla fine di cinque pagine dettagliate (formulate come al solito nel gergo degli addetti ai lavori), la Commissione spiega che il documento inviato in ottobre espone l’Italia al “rischio di non rispettare quanto previsto dallo Patto di stabilità e crescita”. In particolare, la Commissione intravede il rischio di una deviazione significativa dall’aggiustamento nel deficit richiesto sia per il 2019 che per il 2020. I tecnici di Bruxelles vedono il deficit 2020 in leggero aumento al 2,3 per cento (rispetto al 2,2 di quest’anno e alla previsione 2020 del governo) perché considerano non plausibile l’aumento del Pil nominale fissato al 2 per cento dal governo italiano nel suo documento di bilancio e da loro stimato a un più modesto 1,4 per cento. Con un Pil che cresce di meno, anche le entrate fiscali crescerebbero di meno e anche il deficit atteso sarebbe maggiore. E poi in Europa si valutano un po’ ottimistiche sia le stime sulle entrate attese dalla lotta all’evasione fiscale – se non altro perché tali entrate sono difficili da valutare prima che le misure siano messe in pratica e così sarebbe meglio non farci troppo conto – sia la minor spesa di interessi grazie alla riduzione dello spread. Se lo spread (o i tassi internazionali) tornassero a salire dai minimi di settembre 2019 (lo hanno fatto per una settimana di recente), anche la spesa per interessi salirebbe più di quanto atteso dal governo italiano.

Il rischio di deviazione significativa dagli obiettivi di bilancio viene soprattutto dalla dinamica della spesa pubblica al netto delle voci temporanee: era attesa in calo dall’Europa per almeno uno 0,1 per cento e invece la dinamica della spesa prevista dal governo italiano mostrerebbe un divario rispetto alle attese di 0,7 punti di Pil per il 2019 e di un intero punto di Pil per il 2020. Un divario che rimarrebbe tale anche considerando le spese eccezionali per il rischio idrogeologico e per il maltempo menzionate come pezze giustificative delle deviazioni di bilancio dal governo italiano. Oltre a questo, da Bruxelles si fa poi notare – senza aggettivi né avverbi – che “Italy is not projected to comply with the debt reduction benchmark in 2019 and 2020” (L’Italia non è avviata a rispettare il parametro della riduzione del debito nel 2019 e 2020). Vista da Bruxelles, a fine 2020, la montagna del debito pubblico italiano sarebbe alta 136,8 punti di Pil. Vista dai colli romani la montagna si fermerebbe invece a 135,2 punti di Pil. Rispetto agli obiettivi di riduzione del debito fissati dal Fiscal compact (che obbliga i paesi che hanno un debito in eccesso rispetto al 60 per cento a colmare di anno in anno un ventesimo di questo gap) mancherebbero però quasi 9 punti percentuali sia nel 2019 che nel 2020.

Nel complesso, se si escludono le prescrizioni del Fiscal compact sul debito, a un lettore non avvezzo all’alfabeto europeo le deviazioni appaiono piccole e ristrette a una manciata di decimali e forse oggi lo sono anche, tanto che il riassunto dei media è stato che Bruxelles ha sostanzialmente approvato i numeri del governo italiano. La lettera in effetti si chiude con una frase benigna: “The Commissioni is of the opinion that Italy has made some progress with regard to the structural part of the fiscal recommendations” (La Commissione ritiene che l’Italia abbia compiuto alcuni progressi per quanto riguarda la parte strutturale delle raccomandazioni fiscali) indicate dal Consiglio europeo dello scorso 9 luglio. Ma le parole scritte dal commissario uscente Pierre Moscovici in merito alle deviazioni in essere rispetto agli impegni rimangono e la verifica degli impegni presi sarà fatta da una nuova (almeno, si presume) Commissione nell’aprile 2020.

…dopo la promozione dei mercati

Al di là della risicata promozione europea, la legge di bilancio in via di approvazione fatica a indicare una chiara direzione di marcia per il futuro. Dal 10 settembre, dopo i 15 mesi di deliri anti-europei con costi quantificabili in termini di 100 o 200 punti di spread aggiuntivo a seconda dei periodi, è arrivato il governo giallorosso che ha lasciato da parte la retorica del governo precedente e in pochi giorni ha fatto pace con l’Europa chiarendo che l’uscita dell’Italia dall’euro non era più opzione. Ciò da solo è valso circa 100 punti base in meno di costo del debito, cioè circa 4 miliardi all’anno e più di 20 miliardi a regime. I mercati hanno cioè tirato un sospiro di sollievo. Poi, nei due mesi successivi, il governo ha impostato una legge di bilancio che ha evitato gli aumenti Iva previsti in precedenza (dall’esecutivo gialloverde e da quelli precedenti), con un piccolo anticipo di riduzione del cuneo fiscale.

Poi però bisogna andare oltre, ma non si capisce come

Le buone notizie però purtroppo finiscono qui. Come spiegato in un’audizione dal presidente dell’Upb (Ufficio parlamentare di bilancio), Giuseppe Pisauro, “per il 2020, le misure espansive impiegano circa 32 miliardi a fronte dei quali sono attese risorse per circa 16 miliardi, con conseguente incremento del deficit di circa 16 miliardi”. In altri termini, i finanziamenti per le misure proposte sono una coperta corta fatta di rinvii a domani di una parte degli aumenti Iva (evitati oggi con maggiore deficit e non con minori spese o altre entrate), di livelli di spesa pubblica inalterati o addirittura aumentati rispetto al bilancio precedente (salvo il congelamento delle dotazioni dei ministeri per un miliardo) e di una miriade di piccole tasse o minori agevolazioni su “mali” variamente individuati (bibite zuccherate, manufatti di plastica, giochi, sigarette, per arrivare alle auto aziendali, mentre si è scongiurata quella sulla detenzione di contante) che – sulla base delle stime dell’Upb – peserebbero sulle società non finanziarie per uno 0,7 per cento di gettito aggiuntivo. La coperta rimane corta in un senso molto specifico: se si restringe il campo di applicazione della minacciata minore agevolazione delle auto aziendali alle sole auto nuove, se ne riduce il potenziale di raccolta delle entrate. Quindi meno malcontento, ma anche meno entrate. Se si vogliono più entrate bisogna invece fare scontento qualcuno. Lo stesso peraltro – va detto – avverrebbe anche nel caso che si affronti in modo più deciso la riduzione (o rimodulazione o revisione, come si dice pudicamente) della spesa pubblica e del sistema di detrazioni e deduzioni fiscali.

Come ci ricorda la lettera di Bruxelles, per ora l’Italia ha detto che essenzialmente finanzierà la sua manovra con la riduzione dello spread e dei tassi di interesse e poco più. Non si vede come questo possa bastare a impostare la manovra coraggiosa fatta di minori imposte e minori spese che servirebbe a dare più smalto all’economia e a farla tornare a crescere oltre lo zero virgola.

Francesco Daveri, da www.lavoce.info

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