I padri dicono le bugie di Pinocchio

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«Ma t te o Ga r r o n e è riuscito a raffigurare nel suo Pinocchio, pieno di invenzioni molto belle, le paure e le fantasie infantili. A differenza di quello di Luigi Comencini, più legato alla realtà, ci porta in una dimensione fantastica, colorata anche con sfumature dark, con personaggi frutto della contaminazione tra animali e umani. Un mondo onirico poco controllabile che rappresenta bene le paure dei bambini capaci di guardare i mostri che gli adulti non riescono a vedere. Garrone ha saputo coglierlo con grande efficacia». Per Massimo Ammaniti, psicoanalista, docente di Psicopatologia dello sviluppo, l’osservazione non finisce quando si riaccendono le luci in sala, dopo la visione del film uscito lo scorso 19 dicembre in cui il regista di Dogman e Gomorra ha, finalmente, fatto i conti con il burattino di Collodi che inseguiva da quando aveva sei anni.

Gli spettatori più piccoli hanno attratto l’attenzione di Ammaniti. «Dopo la proiezione — dice a “la Lettura” — mi è venuta voglia di chiedere ai bambini che cosa ne pensassero. Uno mi ha detto che l’aveva trovato troppo lungo: “Non c’era l’intervallo, io volevo bere”. Non voleva ammettere di avere avuto paura, bevendo si sarebbe concesso uno stacco tranquillizzante. In generale ho trovato risposte difensive. Credo che i bambini di oggi sappiano fronteggiare immagini paurose ma in una chiave diversa. I video e videogiochi che consumano in quantità presentano mostri tecnologici. Li hanno metabolizzati, sono abituati a gestirli, però all’interno della cornice di uno schermo. Questa, invece, è un’esperienza che ha un impatto differente dal Pinocchio di Comencini e da quello Disney, li fa entrare in un universo sfuggente, indefinito e pericoloso dove c’è anche il timore di perdere l’identità. Mi fa pensare ad Alice nel paese delle meraviglie ».

La ricerca dell’identità per Pinocchio è all’insegna del paradosso. Il prezzo da pagare per diventare umano è la perdita dell’innocenza. «Si muove in un mondo popolato da truffatori, c’è addirittura un giudice che condanna chi è innocente, mettendo in discussione i principi su cui si basa l’identità di un bambino. E lui si dichiara malandrino per uscire di prigione, scopre le regole della compromissione, più che del compromesso, si adatta».

Ci sono molteplici letture, nota Ammaniti, riflesse nel film di Garrone. «La più rassicurante è la metamorfosi del burattino che diventa bambino. Molto più cupa e pericolosa, già in Collodi, è la prima parte del racconto. C’è come una pulsione di morte, vediamo Pinocchio che finisce impiccato ma continua a correre rischi, una coazione a ritrovarsi in situazioni pericolose». Tipico degli adolescenti. «Esatto. Il Pinocchio di Collodi non ha orecchie, come se non fosse capace di ascoltare. Ha l’urgenza di staccarsi da Geppetto». Un super babbo, secondo Roberto Benigni che lo interpreta. «Il romanzo rimanda all’idea ottocentesca che i figli debbano essere modellati dai genitori. Geppetto lo costruisce per portarlo in giro per il mondo e guadagnarsi da vivere. Il suo è un atto generativo narcisistico». Qualcosa che accade in nuove forme. «C’è un libro della cognitivista Alison Gopnik ( Essere genitori non è un mestiere. Cosa dice la scienza sulle relazioni tra genitori e figli, Bollati Boringhieri, 2017, ndr) che mette in discussione l’ideologia genitoriale di figli letteralmente costruiti secondo il proprio modello mentale da una generazione narcisistica. Il figlio come estensione di sé». A propria immagine ma abbandonati a sé stessi.

«Garrone — commenta Ammaniti — lo mostra bene: Pinocchio non è guidato da nessuno, corre in modo drammatico e disperatissimo. Senza riconoscere le insidie. Il padre non solo non sa guidarlo ma gli corre dietro. Lo trovo molto attuale: i genitori oggi non sanno fare da guida, cercano di essere accettati dai figli. E i figli capiscono bene i loro limiti. Vivono in mezzo ad adulti riluttanti che si comportano da adolescenti». E dicono le bugie. «Era un tabù e non lo è più. La bugia del bambino ai genitori violava il principio fondamentale, quello della lealtà. I bambini devono essere leali e dire sempre la verità ai genitori. La bugia oggi non solo è stata sdoganata ma è diventata una strategia per convincere gli altri. Il tempo delle fake news. Penso ai dati della ricerca Ocse-Pisa: solo il 5% dei quindicenni sa distinguere le opinioni dai fatti. Viviamo in un mondo di opinioni, spesso false, che servono a manipolare gli altri. Un ribaltamento perverso. Quanto più uno riesce a costruire storie false, fandonie; tanto più risulta vincente. Pinocchio, Garrone lo mostra, davanti alla Fatina prende coscienza del suo comportamento, quando il naso gli cresce davanti a lei. Le bugie, impara, hanno le gambe corte. Oggi invece hanno le gambe lunghe. Fanno vincere elezioni, manipolare il mondo. La realtà si fa sempre più lontana».

Pinocchio siamo noi. Come ha ricordato Raffaele La Capria, è il personaggio chiave della nostra letteratura, come Madame Bovary per i francesi e Amleto per gli inglesi. «È il romanzo pedagogico dell’Italia umbertina che doveva indicare i percorsi da seguire. Ma insieme anche molto anti-pedagogico. Le figure degli adulti risultano poco attendibili. O sono deboli (Geppetto incapace, preso da sé, iroso; la Fatina che sta morendo; il Grillo che non riesce a farsi sentire) o fraudolenti (Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, l’Omino di burro). C’è una storia superficiale e una più profonda che smaschera viltà e compromessi nel mondo adulto».

La metamorfosi del film, ne è convinto Ammaniti, ha riguardato anche Garrone e Benigni. «Entrambi attratti da Pinocchio, in questo film si sono più avvicinati alla figura paterna di Geppetto. Dolente, debole, però in grado di riconoscersi come genitore». Inizia a prendere coscienza della paternità nello stomaco del pescecane, grazie alla sua creatura. Come un doppio parto. «Una delle scene più efficaci del film, dove emerge l’aspetto trasformativo. Pinocchio intravede cielo e stelle, vede che c’è un mondo, mentre il padre vorrebbe restare dentro la nicchia protettiva». Una trasformazione che ogni spettatore adulto può sperimentare: superare la paura, fidarsi dei sentimenti. «Questo è l’aspetto fondamentale. I genitori fanno errori, incappano in situazioni negative, spesso sono ciechi nei riguardi dei problemi dei figli, ma l’amore, assoluto, riscatta tutto». Lasciate che i bambini vedano Pinocchio. Ma anche gli adulti.

STEFANIA ULIVI, da Corriere della Sera

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