Quanto mi costi: l’effetto maternità sulle donne

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Quando le serie tv sono uno specchio della realtà

In un episodio della penultima stagione della serie televisiva Friends, Rachel – una delle componenti del popolare gruppo di amici – dà alla luce una bambina, Emma. Poche settimane dopo la nascita, decide di andare in ufficio per far conoscere la figlia ai colleghi. Lì scopre che l’azienda ha assunto qualcun altro per ricoprire le sue mansioni durante il periodo di congedo di maternità. A quel punto Rachel decide di terminare anzitempo il congedo e tornare al lavoro per evitare di perdere il posto. La decisione non è senza conseguenze. A chi lasciare la figlia mentre lei lavora? Dovrà ridurre le ore di lavoro o assumerà una babysitter? Dovrà competere con il nuovo collega assunto per coprirla durante la sua assenza?
Quella puntata di Friends è andata in onda negli Stati Uniti poco più di 17 anni fa. Quasi due decenni dopo, le scelte e le difficoltà che le donne si trovano ad affrontare all’indomani della nascita di un figlio sono pressoché identiche. Come ha sottolineato Marianne Bertrand, docente all’Università di Chicago, nella sua lezione plenaria al recente meeting dell’American Economic Association, gran parte del rimanente divario tra uomini e donne nel mercato del lavoro è legato alle “penalità” conseguenti alla nascita di un figlio, che influenzano prevalentemente le carriere femminili. Non solo negli Stati Uniti.
Una crescente letteratura ha evidenziato come la cosiddetta child penalty – il costo sul mercato del lavoro della nascita di un figlio – sia un fenomeno diffuso in diversi paesi sviluppati, che colpisce le madri ma non i padri. Anche nei paesi scandinavi, che primeggiano in tutte le classifiche internazionali sull’uguaglianza di genere, le donne pagano una penalità di lungo periodo tra il 21 e il 26 per cento di minori redditi da lavoro a seguito della nascita di un figlio rispetto agli uomini.

La situazione in Italia

L’Italia non è diversa. Abbiamo cercato di ottenere una stima della child penalty di lungo periodo per il nostro paese sulla base di un campione di dati Inps sui lavoratori dipendenti del settore privato tra il 1985 e il 2016. Abbiamo identificato tutti gli episodi di congedo di maternità delle lavoratrici – che utilizziamo come approssimazione della nascita di un figlio – e abbiamo stimato le traiettorie dei salari annuali e settimanali, del numero di settimane lavorate e della percentuale di donne che ricorrono al part-time, nei cinque anni antecedenti e nei quindici successivi all’anno del congedo. Come gruppo di controllo consideriamo un sottoinsieme di lavoratrici che non hanno avuto figli e che sono comparabili – nell’anno antecedente alla nascita – alle donne con figli in termini di età, competenze e salari. Idealmente, il gruppo di controllo dovrebbe rappresentare uno scenario controfattuale, ossia uno scenario che mostra quale sarebbe stata la traiettoria delle variabili prese in esame in assenza della nascita di un figlio. Precisiamo che le mamme che abbandonano il lavoro dopo la nascita di un figlio non sono comprese in questi calcoli, non essendoci per loro un salario che può essere osservato. I risultati sono riportati nella figura 1: prima della nascita, le traiettorie di donne con e senza figli sono pressoché identiche, ma subito dopo la nascita del figlio iniziano a divergere. A quindici anni dalla maternità, i salari lordi annuali delle madri sono di 5.700 euro inferiori a quelli delle donne senza figli rispetto al periodo antecedente la nascita (ossia, i loro salari sono inferiori del 53 per cento). I salari settimanali sono di 29 euro inferiori (6 per cento in meno rispetto alle donne senza figli), le settimane lavorate in meno sono circa 11 all’anno e la percentuale di donne con figli con contratti part-time è quasi tripla rispetto a quelle senza figli. Gli effetti della maternità sono pertanto evidenti e si manifestano non solo nel breve periodo, ma persistono anche a diversi anni di distanza dalla nascita del figlio. Uno “shock” da cui le donne non si riprendono.
La “penalità” sul mercato del lavoro legata alla nascita di un figlio coglie più aspetti. Può riflettere le preferenze delle mamme che desiderano trascorrere del tempo con i figli e quindi riducono il tempo dedicato al lavoro (l’effetto non è però osservato per i papà). Ma può misurare anche stereotipi e norme sociali che vogliono le mamme come principali o esclusive responsabili della cura dei figli. Cattura inoltre le difficoltà di conciliazione e anche il comportamento delle aziende, che non riservano alle mamme le stesse opportunità di lavoro e carriera disponibili per i papà. Al di là del peso delle singole componenti, la dimensione e la persistenza della penalità non può essere ignorata, soprattutto se si considerano i risvolti che ha sulla fecondità del nostro paese, nuovamente in calo.

Serve un cambio culturale

Il governo è intervenuto su questo fronte con la legge di bilancio 2020, estendendo il congedo di paternità obbligatorio da cinque a sette giorni (dieci sono quelli richiesti da una direttiva europea per il 2022) e ampliando la platea di famiglie che possono accedere gratuitamente agli asili. Ha inoltre esteso l’accesso all’assegno di natalità a tutte le famiglie, svincolandolo dalla situazione economica famigliare e rendendolo più generoso per alcune fasce di reddito. La condivisione e la cura sono certamente due fronti critici su cui intervenire per ridurre la child penalty. La ministra della Famiglia, Elena Bonetti, ha annunciato un cambio di passo con il cosiddetto “Family act”, che dovrebbe anche dare avvio all’assegno unico per le famiglie. Ora, l’emergenza coronavirus e la chiusura delle scuole toccano anche il nervo dell’organizzazione dei ritmi di vita lavorativa e di cura. Un utilizzo flessibile dei congedi parentali, eventualmente estendendoli temporaneamente e riconoscendo un’indennità, oltre gli otto anni del figlio; un sostegno economico per l’acquisto di servizi di baby-sitting per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano e un’estensione delle possibilità di smart working per le occupazioni che lo consentono potrebbero aiutare le famiglie a superare con meno difficoltà la situazione contingente.
Oltre l’emergenza, l’Italia ha bisogno di un cambio di passo e di un cambio di cultura che faccia smettere di pensare che la maternità e le sue conseguenze siano “roba da donne”. I meccanismi che guidano la child penalty sono molteplici e le cure non scontate. Però di certo non vorremmo vedere Emma, nella annunciata riunione del cast di Friends, trovarsi nella stessa situazione in cui si è trovata sua madre Rachel quasi vent’anni fa, se decidesse di avere un figlio. Non solo negli Stati Uniti.

Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio, da www.lavoce.info

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