America, più che il virus poté la crisi

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di Alberto Flores d’Arcais
Un’ora di classe online, un’ora di lezioni pre- registrate, mezz’ora di colloqui con gli studenti, venticinque minuti per i test. Al Washington College of Law dell’American University l’istruzione a distanza causa coronavirus ha garantito agli studenti fino a un terzo delle ore di credito necessarie per la laurea specialistica. A Georgetown, l’università dei gesuiti nella capitale Usa, oltre a lezioni ed esami ci sono appositi corsi per usare Zoom e un ” virtual office” con orario classico (9-17). Più o meno lo stesso, con poche differenze, accade a Princeton, Harvard, Stanford, nelle grandi università statali del Sud e del West, nei piccoli “liberal college” dell’East Coast. Negli ultimi tre mesi i campus d’America sono diventati città- fantasma, la pandemia ha messo un’ipoteca anche sul prossimo futuro e lo smart working rischia di continuare molto più a lungo del previsto.
I college americani, con i loro dormitori, i loro buffet all you can eat, le abbondanti birre serali sono uno dei luoghi più difficili per garantire il distanziamento sociale. In una riunione del 4 giugno i rappresentanti degli atenei hanno deciso che allo stato attuale sia i college che le università ( la differenza è che queste ultime hanno anche i corsi post-laurea) dovranno restare chiuse fino a quando non saranno in grado di garantire a tutti un ritorno in sicurezza: con i test e le strutture sanitarie necessarie ad evitare anche il minimo contagio.
Georges Benjamin, direttore esecutivo dell’American Public Health Association, era stato esplicito e ai senatori della commissione Istruzione aveva sottolineato come sarebbe da irresponsabili riaprire in modo indiscriminato: « Senza test adeguati le università non possono affatto funzionare, indipendentemente da qualsiasi cosa facciano per prevenire un’epidemia». Parole che hanno diviso il mondo accademico. C’è una linea di demarcazione netta tra chi vuole riaprire i campus subito dopo l’estate e chi ha deciso che la vita accademica autunnale si farà ancora in smart working.
Tra i primi spicca la Purdue University, ateneo pubblico dell’Indiana fondato nel 1869 famoso per lo sport, per i suoi centri di ricerca (ha tra gli alumni 25 astronauti e 13 premi Nobel) e per avere un grande numero di studenti stranieri. « I nostri campus riapriranno in autunno » , ha annunciato il presidente Mitchell Daniels, « non possiamo controllare tutti, concentreremo gli sforzi su coloro che verranno a contatto con casi positivi noti » . Per tutti gli altri ci saranno solo ” test casuali” durante il trimestre. La Purdue ha già previsto 500 posti letto per gli studenti in quarantena che risultano positivi e spenderà « decine di milioni » di dollari per migliorare le precauzioni sanitarie.
La Brown è una delle otto università di élite che fanno parte dell’Ivy League. Fondata ancora prima ( 1764) dell’indipendenza degli Stati Uniti come College in the English Colony of Rhode Island and Providence Plantations, è la capofila di chi nel mondo accademico non vuole far correre il minimo rischio ai propri studenti, docenti e impiegati. La sua presidente, Christina Paxson, ha detto che sta ancora lavorando con gli epidemiologi per mettere a punto una strategia di test. «Sono cautamente ottimista, stiamo continuando a coordinarci strettamente con lo Stato del Rhode Island per sviluppare un piano solido e scientifico per il nostro campus: test, altri test, tracciatura, isolamento, quarantena, distanziamento sociale, mascherine e misure igieniche». (da Robinson di Repubblica)

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