L’apprendimento è movimento

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Carlo Bastasin
Poche settimane fa, Facebook ha comunicato che oltre metà dei suoi dipendenti continueranno a lavorare da casa anche dopo la crisi pandemica. L’annuncio è stato seguito da quello di altri giganti tecnologici e accolto come un cambiamento nella società americana paragonabile all’arrivo degli smartphone nel 2007. La prospettiva è stata subito allargata alle università e ai corsi di formazione professionale. Gli scienziati politici più applicati hanno previsto conseguenze sociali profonde. Il mio collega di Brookings Institution, Mark Muro, ritiene che il decentramento dei lavori ad alto valore aggiunto possa «guarire la geografia economica americana traumatizzata » e forse ridurre la distanza tra i “dimenticati” degli Stati centrali e le élite delle coste. Se in America come in Europa anche gli studenti universitari avessero accesso facilitato e a buon mercato alle migliori università attraverso lo studio da remoto, forse la divergenza tra i giovani delle regioni ricche e gli “hill-billy” di quelle arretrate sarebbe rimediabile: fin dall’infanzia ognuno saprebbe di aver accesso a opportunità simili.
Chi insegna alla Luiss o alla Bocconi sa quanto alta sia la percentuale di studenti del Sud che dopo i corsi non tornano più nelle loro regioni di origine. Forse l’insegnamento a distanza permetterebbe loro di studiare senza perdere il contatto con comunità locali che hanno bisogno del loro talento e formazione. O forse l’osmosi culturale rimarrebbe incompleta e gli svantaggi originari, misurati dai test Pisa e Bologna, non sarebbero mai compensati. C’è infatti nella vita accademica giovanile una componente di formazione psicologica che si perderebbe nello studio da remoto.
Chiunque si confronti con studenti universitari sa quanto importante sia la psicologia interna alla classe. Quando nei corsi di economia europea presento ai miei studenti il punto di vista tedesco, percepisco subito freddezza. Prendo apposta una pausa per lasciar maturare la loro reazione. Se non siamo in classe, se cioè non c’è contatto visivo, gli studenti intervengono di meno o in ritardo e le loro domande restano inespresse. Non si sviluppa dubbio, ma distanza. E senza il dubbio non c’è indagine, né conoscenza. Si perde cioè la capacità di ragionare analiticamente in una società che comunica invece per sintesi sbrigative. Se lo studente non impara il metodo razionale, non lo trasmetterà nella sua attività lavorativa e di relazione nel luogo d’origine.
In un mercato del lavoro molto “locale” e poco dinamico come quello italiano, rispetto a quello americano, anche le opportunità di lavoro dopo lo studio sono molto diverse per chi resta legato a casa. Frequentare università in città metropolitane mette in contatto con molte opzioni professionali. Anche negli Usa, i migliori posti di lavoro nella tecnologia sono concentrati a New York, Seattle, Boston, San Francisco, Austin e San José. Nelle altre aree metropolitane i posti e gli stipendi diminuiscono. Lo spostamento fisico è una necessità nell’economia moderna fatta di agglomerazioni di competenze, capitali e tecnologia, anziché di redistribuzione tra regioni. Dal punto di vista della convergenza dei destini dei giovani universitari ci sono dunque due aspetti contrastanti. L’insegnamento da remoto, aggirando i limiti fisici delle classi, permetterà di aumentare il numero degli studenti ammessi. I requisiti per l’accesso infatti verranno abbassati. Le università della California hanno annunciato tre settimane fa che le tasse aumenteranno del 3,5 per cento nonostante «alcuni o forse tutti gli insegnamenti dell’anno accademico 2020-2021 saranno impartiti da remoto». Ma nelle accademie europee le logiche di bilancio non sono così brutali. Se l’aumento delle iscrizioni diventerà permanente dovrebbe portare anche a una riduzione dei costi di iscrizione. Si stima che il numero di studenti che acquisiranno un diploma universitario possa aumentare del 20 per cento e che questo possa modificare il tessuto sociale di un paese poco istruito come l’Italia. Ma dall’altro lato, l’insegnamento a distanza rischia di essere meno formativo e socialmente meno utile.
Per sfruttare gli insegnamenti da remoto, bisognerà disegnare i corsi in modo diverso dall’attuale. Corsi che non siano solo online, ma che richiedano in parte anche una presenza fisica e lavori di gruppo. Un altro possibile sviluppo verrebbe dalla facilità con cui gli insegnamenti online possono essere condivisi da più università. È immaginabile una collaborazione tra istituti lontani geograficamente con scambi di studenti molto più frequenti di quelli di Erasmus. L’ipotesi di un’accademia europea, con continui interscambi tra studenti e insegnamenti di diversi paesi, sarebbe realizzabile creando una serie di ponti elettronici sull’arcipelago culturale europeo. Qualcuno, per favore, lo dica a Ursula von der Leyen: la pandemia può essere l’occasione per rendere l’insegnamento universitario più accessibile, meno selettivo finanziariamente e per farne il miglior cemento per l’avvicinamento culturale dei giovani europei.

da ROBINSON, Repubblica, giugno 2020

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