Per digitalizzare l’Italia serve un piano

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La digitalizzazione di un paese è un processo complesso, che non può limitarsi alla creazione di infrastrutture ad altissima velocità di connessione. Solo se si definisce un piano complessivo si possono sfruttare appieno le grandi potenzialità della rete.

La digitalizzazione della società italiana

L’emergenza sanitaria degli ultimi mesi ha inevitabilmente accelerato il processo di digitalizzazione della società italiana, avviato ormai da anni ma in lenta evoluzione se confrontato con l’andamento di altri paesi europei.
Il Desi (Digital Economy and Society Index) vede infatti l’Italia ancora agli ultimi posti, ben al di sotto della media europea. Siamo in linea con la media Ue solo per quanto concerne il livello potenziale di connettività del paese, mentre siamo molto indietro in relazione all’uso di Internet (diffusione), all’integrazione delle tecnologie digitali, ai servizi pubblici digitali, al capitale umano (e alla ricerca e sviluppo).
Con la pandemia, però, individui, famiglie, imprese e istituzioni si sono trovati improvvisamente dinanzi alla necessità di utilizzare servizi digitali per lavorare, studiare, tenersi informati, mantenere i propri rapporti familiari e sociali. La tendenza al “trasferimento” della vita in rete è repentinamente diventata concreta, necessaria e urgente per tutta la società.
Il perdurare di queste necessità e la disponibilità di fondi europei per finanziare nuovi progetti di sviluppo danno l’opportunità di definire un piano complessivo di digitalizzazione del paese.

Spinta dell’offerta e vincoli di domanda

Il piano di digitalizzazione viene spesso associato a un programma di infrastrutturazione del paese utilizzando le tecnologie più performanti (oggi, il Ftth, fiber to the home). Ma, come è stato recentemente sottolineato da Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Le comunicazioni nel 2020: l’impatto del coronavirus nei settori regolati), un piano di digitalizzazione del paese è assai più complesso della mera infrastrutturazione, almeno per due fondamentali ragioni.
La prima riguarda un’attenta analisi costi e benefici che impone, specie in una nazione orograficamente complessa come la nostra, il rispetto del “principio di neutralità tecnologica”, che di fatto si sostanzia nella “libertà degli individui e delle organizzazioni di scegliere la tecnologia più appropriata e adatta alle proprie esigenze”. In Italia, ciò si è tradotto ad esempio nell’utilizzo, particolarmente nelle aree rurali, anche di tecnologie Fwa (fixed wireless access), che si sono aggiunte alla copertura a larga banda della rete in fibra, mista (Fftc – fiber to the cabinet) e pura (Ftth).
Se la copertura infrastrutturale è dunque a livelli soddisfacenti, seppur decisamente migliorabili, ciò che più manca in Italia è la diffusione dei servizi. E dunque la seconda ragione per adottare un approccio di sistema concerne la presenza di vincoli strutturali e significativi dal lato della domanda.
C’è un’elevata differenziazione territoriale, che è largamente dovuta alle caratteristiche geografiche del nostro paese cosicché regioni montuose come Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Molise e Abruzzo sono largamente sotto media. Riguardo alla diffusione dei servizi di connettività, invece, gli ingenti investimenti pubblici in regioni “a fallimento di mercato” hanno sospinto il processo di copertura – Calabria, Campania, Puglia e Sicilia sono sopra la media – ma spesso non sono riusciti a innescare un effetto sull’effettiva penetrazione dei servizi tra le famiglie italiane, soprattutto nel caso di Calabria e Sicilia.
In definitiva, un piano di digitalizzazione dovrebbe prevedere stimoli sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta. Tanto più in un momento come quello attuale, in cui si prevede un’accentuata riduzione del reddito disponibile delle famiglie italiane con effetti inevitabilmente recessivi sulla domanda dei servizi e con un aumento delle diseguaglianze economico-sociali. E vale la pena di ricordare che l’Agcom ha stimato come, nel periodo del lockdown, il 12,7 per cento degli studenti italiani non sia riuscito a seguire le lezioni a distanza per motivi legati alla mancanza di connettività o di device di navigazione nell’ambito del proprio nucleo familiare.

Governare la complessità

Più in generale, un piano di digitalizzazione del paese dovrebbe affrontare allo stesso tempo un insieme ampio di problematiche, alcune delle quali vengono illustrate nella figura 3.
Ad esempio, il crescente ricorso a servizi online (di lavoro, apprendimento, intrattenimento, informazione) ha accresciuto a dismisura il problema della sicurezza della rete (cosiddetta cybersecurity). Negli ultimi mesi sono infatti significativamente aumentati gli attacchi informatici.
D’altra parte, la digitalizzazione comporta sia un rapido cambiamento degli scenari competitivi di molti mercati, con un’accentuata tendenza alla loro concentrazione e situazioni limite di winner takes all (Osservatorio sulle piattaforme online), sia dirompenti cambiamenti sociali, che devono essere accompagnati da riforme istituzionali (Big tech e antitrust, non solo un problema di concorrenza). Si pensi ad esempio ai problemi connessi alla responsabilità economico-sociale di molti operatori di servizi online, questioni che arrivano a contemplare l’annoso problema della contribuzione delle piattaforme web al sistema nazionale di tassazione. (da www.lavoce.info)

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