Nella morte del re del pop i segni di decadenza della nostra Storia

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Nessuno mette in  dubbio il potenziale e le enormi capacità che hanno i media in fatto di donare ai suoi adepti notorietà, fama e soldi in questo mondo sempre più tecnologizzato, computerizzato, così evoluto da essere informati quasi in tempo reale attorno a tutto ciò che accade sul nostro Pianeta. Nella fattispecie, il mondo della musica leggera, con le sue fantasmagorie, luci, fumi e note all’ultimo decibel. Non ci sono dubbi. Ma quando i valori che poi sono quelli del genere umano non vengono rispettati, quando si guarda più al guadagno passando sopra a principi che sono stati scritti sulle pietre (piastrine)del nostro DNA di uomini, allora ci sorprendono certi comportamenti, purtroppo ricorrenti nel mondo dello spettacolo prima e della politica dopo.

Ha traumatizzato un po’ tutti la morte del cantante poi Michael Jackson. Adesso non si sa più se la morte sia avvenuta per collasso improvviso o per cocktail mortale di medicinali; solo l’autopsia lo potrà stabilire. C’è stato un altro grande cantante, nella storia recente della musica leggera, anch’esso americano, Elvis Presley, che morì in circostanze analoghe a quelle di Michael. Stroncato perché era stato inghiottito dalla grande macchina mostruosa dello spettacolo; non riusciva più a far fronte ai suoi impegni e, pensando di riuscirci con i medicinali, ingurgitava di tutto, pur di salire sul palco e intrattenere così i suoi fan. Michael sarebbe dovuto volare in Gb, dove a Londra avrebbe dovuto tenete un grande concerto, l’unico (pare) sul vecchio continente e per il quale sono stati venduti tutti i biglietti. Un grande evento sperato e accarezzato a lungo dai suoi ammiratori (che avrebbero così avuto la possibilità di vedere da vicino questa macchina geniale  dello spettacolo), dagli stessi manager del cantante americano e da lui stesso voluto per arginare in qualche maniera il grande buco nelle sue finanze, il dissesto economico cui avrebbe dovuto far fronte, appunto con il suo viaggio in Gran Bretagna. Altro che le accuse di pedofilia che gli erano state mosse e non da molto tempo, ancora.

Già: un ragazzo volutamente e cocciutamente fatto crescere troppo in fretta dal padre (si racconta che il genitore non disdegnasse prenderlo a pugni ogni volta che cantando sbagliava una nota, intuendo che il giovanetto aveva del talento e che gli avrebbe fato guadagnare dei buoni solfoni). Ma passando sopra a che cosa?

Bruciando la sua fanciullezza.

Facendogli  capire che con i soldi avrebbe potuto far tutto, anche quando non riusciva più a creare, a sfornare uno dei suoi successi.

Con i soldi avrebbe potuto avere una villa da nababbi, con un parco giochi che non aveva niente da invidiare a  Disneyland. Un eterno Peter Pan: un genio, ma anche con tanti, anzi tantissime bassezze umane che, a stento, riusciva lui e il suo entourage a nascondere e a minimizzare.

Ho detto lo spettacolo come la politica. Lo spettacolo che crea eroi, ma che poi si rivelano di cartapesta. Che sono sì geniali, in fatto di musica, ma che poi non hanno altro, nessun’altra qualità morale.

E’ la storia della nostra attuale società: così prodotta, così troppo effimera in cui tutto pare sia lecito, ma che fa sentire la propria inadeguatezza, tutta la sofferenza dell’uomo che si è abbracciato, come salvagente, a una zattera che ahimè non si rileva affatto salvifica.

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