Disciplina, lavoro maniacale e classe infinita. La storia di Kobe Bryant: il 24 che ha cambiato per sempre l’NBA

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Il 26 gennaio 2020 segnerà per sempre una data triste nella storia dell’NBA. Una notizia sconvolgente, arrivata senza preavviso, con la puntualità di chi, come la morte, purtroppo non è mai in ritardo: Kobe Bryant non c’è più. Trovare le parole per descrivere quanto successo è difficile, anche per chi lo fa di mestiere. Dopo un respiro profondo, ci proviamo.

Parlare al passato di Kobe Bryant, in questo momento, è impossibile. Forse non sarà mai corretto. Non ‘chi è stato’, ma ‘chi è Kobe Bryant’, cosa rappresenta per il mondo NBA e per la storia dello sport americano. Nato a Philadelphia, vissuto in Italia per qualche anno mentre il padre giocava a Pistoia, Rieti, Reggio Calabria e Reggio Emilia, Kobe ha sviluppato l’amore per la palla a spicchi nel nostro Paese. Negli USA poi le giovanili nella Lower Merion High School e il salto in NBA. Tredicesima scelta degli Hornets, talentuoso ma poco avvezzo al gioco di squadra e molto egoista diranno gli scout. Girato subito ai Lakers con i quali passerà 20 anni di carriera dal 1996 al 2016. Allo Staples Center inizia la leggenda colorata di giallo e di viola. Prima il numero 8, poi il 24 diventato un simbolo, indossato da tutti i ragazzini amanti del basket fra le due decadi degli anni 2000. Ai Lakers ritorna la gloria dello ‘Showtime’, Kobe si prende 5 anelli, 2 MVP delle Finals e uno della regular season. Bacchetta Sahquille O’Neal sui chili di troppo, urla a Dwight Howard di essere troppo ‘soft’ per stare al suo fianco. Con lui non si scherza mica. Perfezionista, maniaco del lavoro, competitivo oltre ogni limite: urla prima contro i suoi compagni che non vede impegnarsi e poi sputa un po’ di trash talking anche sugli avversari, che non fa mai male.

Si autonomina ‘Black Mamba’ dopo aver visto ‘Kill Bill Volume 2’, gli piace essere associato ad un animale velenoso e letale, come le sue giocate che lo porteranno ad essere il 4° miglior realizzatore di sempre nella lega, superato recentemente da LeBron James. A tal proposito due numeri: 81, i punti segnati contro i Raptors nel 2006; 60 quelli nella partita d’addio contro i Jazz il 13 aprile 2016. Realizzatore d’elite. Ma non solo: anche ottimo difensore, leader, mito e papà di 4 figlie. Lascia il basket dopo un Farewell Tour passato con il ghiaccio e le fasciature su tutto il corpo durante e dopo ogni gara. ‘Dear Basketball’, la lettera d’addio al gioco, diventa un cortometraggio e vince l’Oscar. Una leggenda per lo sport americano che lo ha visto vincere anche due ori olimpici con la Nazionale. Oltre le imprese sportive, Kobe Bryant lascia in eredità la sua ‘Mamba Mentality’, filosofia di pensiero che gli ha permesso di scrivere il suo nome nella storia dell’NBA. Lo sport che diventa passione ma anche ossessione. ‘Relentlessness’, la ricerca del successo fino allo sfinimento, poi l’importanza della resilienza nel superare le avversità e rialzarsi dopo ogni sconfitta. E la forza, quella di affrontare e superare le proprie paure. In questi 5 precetti c’è tutto Kobe Bryant: la bandiera dei Lakers, il ‘morso del Mamba’ che vince la partita, il giocatore, il padre e la persona. Un incidente in elicottero lo ha portato via, ma Kobe Bryant è una leggeda e le leggende vivono per sempre.

La tragica notizia

Dopo la sconvolgente notizia della morte di Kobe Bryant in un incidente in elicottero dove hanno perso la vita 9 persone in totale, si sono susseguiti nella notte italiana gli ultimi aggiornamenti attorno alla tragedia. L’ex stella dei Los Angeles Lakers è precipitato con il velivolo e si è schiantato a terra prendendo subito fuoco. A bordo con Kobe Bryant, tra i passeggeri deceduti nell’incidente, c’erano anche la figlia di 13 anni Gianna, una compagna della figlia e un genitore. Poche ore prima del disastro, l’ex stella NBA si era complimentato via social con l’amico LeBron James che lo aveva superato come terzo realizzatore della storia del basket americano.

I soccorsi: ci vorranno giorni per identificare tutte le vittime

Il dottor Jonathan Lucas, capo esaminatore medico della Contea di Los Angeles, nella notte italiana, ha fornito un aggiornamento ai media sulle fasi di recupero delle vittime sul luogo dell’incidente, confermando che potrebbero essere necessari alcuni giorni per concludere l’intervento e identificare tutte le salme. Dopo aver espresso le sue condoglianze, Lucas ha affermato che tutti i soccorsi stanno già  lavorando “a fondo, in modo rapido e con la massima compassione” per “dare subito notizie certe alle famiglie coinvolte. Il nostro dipartimento aveva tutti i membri del nostro team impegnati nelle operazioni speciali. I nostri sforzi di recupero sono iniziati subito ma dati il ​​terreno e le condizioni del sito, prevediamo che probabilmente ci vorranno almeno un paio, se non più giorni, per completare il recupero.

Tra le vittime, Christima Mauser, assiste coach in una scuola basket

“La nostra priorità è completare il ripristino il più rapidamente possibile, ma in modo sicuro e completo, e farlo per garantire che il nostro personale, come ho detto, sia al sicuro”. Lucas ha affermato che le autorità si concentreranno quindi sull’identificazione delle vittime e sulla notifica alle loro famiglie. “Tutto ciò che faremo il prima possibile”. Intanto arrivano conferme su i primi nomi delle persone decedute. Tra le vittime c’era anche un’assistente allenatrice di pallacanestro di una scuola elementare della Contea di Orange che è stata identificata: Christina Mauser era una allenatrice della Harbour Day School di Corona del Mar, secondo la CNN. Suo marito, Matt Mauser, ha scritto su Facebook: “I miei figli e io siamo devastati. Oggi abbiamo perso la nostra bellissima moglie e mamma in un incidente in elicottero. Si prega di rispettare la nostra privacy. Grazie per tutti i desideri che significano così tanto. “

Una famiglia distrutta

Anche se le autorità non hanno ancora ufficialmente diffuso i nomi delle vittime, sembrerebbe confermata la presenza a bordo dell’elicottero in cui è morto Kobe Bryant con la figlia di 13 anni e altre 7 persone, di John Altobelli, coach di baseball all’Orange Coast College. Altobelli era a bordo con la figlia Alyssa, 13enne compagna di squadra di Gianna Bryant, e la moglie Keri, secondo quanto riferito dalla famiglia dello stesso coach.

Il tributo del mondo del basket

Da Aria, alias Michael Jordan a Kareem Abdul Jabbar centro dei Lakers, passando per Doctor J, Magic Johnson e un gruppo di altri giocatori che hanno fatto la storia della pallacanestro, Kobe Bryant faceva parte dei grandissimi della NBA. Non solo cecchino implacabile, ma anche leader delle squadre che aveva guidato, quasi da allenatore in campo.

Quello che ha fatto Bryant per il movimento cesististico americano ha fatto partire una campagna che chiede a tutte le squadre del campionato americano di ritirare il numero 24, quello del campione nato a Filadelfia. Bryant aveva vestito anche il numero 8, ma era stato con il 24 che si era consacrato nell’olimpo del basket. Alla notizia della morte tutte le squadre hanno interrotto il gioco per 24 secondi.

Per ora solo i Milwauckee Bucks, dove Bryant non ha mai giocato, che hanno comunicato la loro intenzione di ritirare il numero e di porlo nella hall of fame della franchigia.

È il secondo giocatore a ricevere questo onore dopo lo stesso Jordan che non aveva mai giocato a Miami, ma il cui numero 23 venne ritirato anni fa. Black Mamba, questo il soprannome di Bryant, sarà ricordato anche come uno dei migliori realizzatori di sempre. Come lui nessuno mai.

https://youtu.be/1fjhIWJSxfw

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