Il cardellino giallo e nero

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C’era una volta un cardellino che volava alto nel cielo e sognava di raggiungere la vetta della torre campanaria appena le ali avessero preso maggiore vigore.

Le cartilagini giovani e sottili, infatti, e l’inesperienza per cavalcare il vento non gli permettevano ancora di mantenere la posizione una volta che l’apertura alare fosse stata massima, perchè l’angolo di curvatura dell’ala non consentiva di tenere la portanza alle improvvise folate di vento.

Lo avrebbe imparato con l’esperienza a patto che avesse continuato a inseguire il sogno di arrivare in vetta. Nel frattempo trillava nel cielo coi giovani cardellini della sua nidiata e andava ad esplorare le gemme sui rami dei ciliegi alle prime soglie della primavera e inseguiva gli scoiattoli che correvano tra le fronde e dall’alto tutto appariva piccolo e il cardellino dominava.

Dopo tanto esercizio e tanta passione era ormai pronto al suo viaggio verso la torre, quando volando nell’atrio di un palazzo si avvicinò ad alcune briciole di pane. Iniziò a beccare sul balcone. Poi rispiccò il volo libero nel cielo. All’imbrunire si appollaiò sul suo ramo ad aspettare l’alba.

Il giorno dopo il cardellino volava nel cielo terso e si inseriva come un missile tra gli stormi di rondini a disturbare le migrazioni. Era divertente sentirsi padrone del cielo, era divertente provare le sue abilità, era bello conoscere specie diverse, racconti diversi, rincorrere ed essere rincorso, giocando a nascondino tra le fronde, per poi ridere a crepapelle fino a cadere a testa in giù dal rampo e risalire in picchiata.

Stanco e ansioso di cercare cibo pensò bene che la caccia fosse un pò faticosa quel giorno e ritornò nell’atrio del palazzo. Questa volta trovò del grano sulla finestra. Contento di non aver dovuto addentrarsi nel bosco alla ricerca di bruchi e di insetti se ne ritornò al suo ramo in attesa dell’aurora.

Rosa pallidamente appariva la luce lontana all’orizzonte per poi salire piano, sfumando il cielo di un rosso sempre più sanguigno e il chiarore pallido si diradava pian piano per fare spazio al sole e gli occhietti dell’uccellino, prima uno, poim l’altro si aprivano.

Chissà, forse oggi avrebbe potuto puntare alla torre? “Buondì”, disse il cardellino al passero sul ramo di fronte. “Buondì” rispose l’altro.

“Facciamo una gara a chi vola più alto nel cielo?”

E così si librarono leggeri verso le nuvole, avrebbe avuto tempo poi per posarsi sulla torre.

Ma la sfida durò un bel pò sfrecciavano poi cabravano, poi di nuovo su veloci e le povere ali cercavano riposo e fu allora che il cardellino ritornò nei pressi dell’atrio del palazzo e si posò a beccare briciole di biscotti sul palmo di una mano, timoroso.

Beccò e becco fino a sazietà.
Tornò nuovamente al suo ramo.

Il giorno dopo prima del viaggio verso la torre, pensando di prendere facilmente e senza sforzo più energia si ritrovò nei pressi del palazzo e ancora una volta era a beccare sul palmo della mano della quale non aveva più paura che il giorno prima lo aveva lasciato andare.

Beccava, beccava e rivolava via.

Ma aveva mangiato troppo e la torre era alta, ci avrebbe provato l’indomani.

L’indomani di buona lena era pronto per il viaggio alla torre, ma il sole splendeva e poi all’improvviso venne la pioggia e io cardellino cercava riparo.

Allora puntò nuovamente al balcone dove trovò ancora briciole di biscotti sul palmo della mano, ma questa volta la mano si richiuse veloce e il cardellino si ritrovò per sempre in una gabbia ad osservare da quel balcone il cielo che una volta aveva dominato.

Ora aspetta le albe e l’imbrunire sognando la libertà.

di
Francesca Caricato

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