Giancarlo Santi, “Ego Rosalia. La Vergine palermitana tra santità ed impostura”

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La controversa, e per tanti versi oscura, vicenda terrena della vergine venerata dai cittadini palermitani, e non solo, come santa patrona, e che la Chiesa celebra il 4 settembre, è da sempre avvolta nella leggenda e nel mistero. Ed è per tale motivo che è oltremodo preziosa l’opera che la casa editrice La Zisa di Palermo (Giancarlo Santi, “Ego Rosalia. La Vergine palermitana tra santità ed impostura”, Ed. la Zisa, Palermo, pp. 448, euro 25,90) manda in libreria in questi giorni.

Il titolo del saggio, spiega l’autore, è stato suggerito dalle due parole con cui ha inizio l’iscrizione incisa dalla stessa Santa nella grotta della Serra Quisquina, l’eremo in cui la Romita visse prima di trasferirsi nella più nota cavità del Monte Pellegrino.

Attraverso il nome Sinibaldi, la terza parola incisa da Rosalia, il gesuita palermitano Giordano Cascini riuscì a ricostruire alcuni tratti della sconosciuta vita della Santa e soprattutto, la sua discendenza da Carlo Magno. Per avvalorare l’autenticità dell’incisione e fugare ogni dubbio d’impostura, Cascini raccontò nella sua celebre opera (Di Santa Rosalia Vergine Palermitana, libri tre) come avvenne alla Quisquina, quaranta giorni dopo il ritrovamento delle reliquie dell’Eremita sul Monte Pellegrino, la casuale scoperta dell’iscrizione da parte di due muratori palermitani. La narrazione di Cascini, ripresa più volte dagli storici, soprattutto gesuiti, ha fatto storia divenendo una delle credenze più diffuse tra i devoti. Quanto sappiamo di Rosalia Sinibaldi proviene dunque dalla Compagnia di Gesù.

Da sempre, tuttavia, sono stati avanzati dubbi sull’autenticità di tale iscrizione. L’ipotesi del falso è stata sostenuta in una coraggiosa opera, Santa Rosalia nella storia e nell’arte di monsignor Paolo Collura che sin dal suo primo apparire, nel 1977, ha segnato l’inizio di una nuova era negli studi rosaliani pur suscitando perplessità e polemiche. L’ipotizzata falsità del graffito infatti non è stata sufficientemente dimostrata: troppo sbrigativo è l’atto d’accusa formulato dal Religioso; poco credibile è la gratuita asserzione che la monaca bivonese Maria Roccaforte sia stata la responsabile della pia fraus. Se Collura “ripudia” come falsa l’iscrizione (e quindi il nome Sinibaldi e la discendenza carolingia di tale famiglia), prova però la storicità dell’Eremita attraverso il ricco regesto allegato alla sua opera in cui, sin dal 1196, è citato il nome di santa Rosalia.

Nel 1988 l’antropologo Valerio Petrarca ha colmato alcune lacune del frettoloso discorso di Collura individuando non solo un credibile responsabile dell’impostura ed il suo realistico movente, ma chiarendo anche il contesto storico-devozionale in cui maturò l’imbroglio. Con la suggestiva ricostruzione di Petrarca, l’affaire Quisquina diventa un autentico romanzo giallo in cui si narra di un intrigo palermitano tanto segreto quanto sconcertante. Se risultasse provato anche per via documentale quanto sostiene lo studioso, ovvero che l’iscrizione fu incisa dalla Compagnia di Gesù per costruire una degna Patrona di Palermo, ci troveremmo innanzi alla più clamorosa impostura religiosa del ‘600 siciliano.
Il graffito della Quisquina, ritenuto da alcuni frutto d’inganno e da altri un indelebile segno della santità della Romita, è l’ambiguo protagonista della ricerca condotta in Ego Rosalia. Il sottotitolo dato al libro vuole evidenziare tale incerta situazione. Il dibattito sull’autenticità dell’iscrizione è infatti aperto da quattro secoli e ancora non può ritenersi definitivamente chiuso.
Nel testo, quindi, si vogliono portare nuovi spunti di riflessione utili a dare un più realistico assetto alla questione. Quanto c’è di attendibile nelle affermazioni degli autori citati? Ė davvero possibile che l’iscrizione, l’unico documento conosciuto che sostiene l’identità storica di Rosalia “Sinibaldi”, sia un falso? I fatti che portarono all’avventurosa scoperta dell’iscrizione si verificarono davvero nel modo in cui sono stati raccontati dai gesuiti o sono stati intenzionalmente distorti per nascondere l’intervento manipolativo della stessa Compagnia di Gesù? E se alla Quisquina si perpetrò un falso, chi ne fu l’autore? Forse Maria Roccaforte, come ipotizza Collura, o la Compagnia di Gesù come sostiene Petrarca?
Per rispondere a tali domande, l’autore racconta che gli è stato di fondamentale utilità lo studio dell’inedito manoscritto 2Qq E 88, pagg. 145v-167r, (Testes recepti et esaminati per curiam spiritualem…), della Biblioteca Comunale di Palermo. Il documento contiene le deposizioni giurate rese nel 1642 da dodici abitanti di Santo Stefano che furono testimoni della scoperta del graffito. Uno strumento indispensabile dunque per tentare di riordinare i confusi fatti accaduti alla Quisquina; avvenimenti in cui potrebbe nascondersi (e di fatto si nasconde) la chiave per risolvere l’enigma dell’iscrizione. Documento fondamentale, soprattutto perché si tratta dell’unica fonte non gesuita riguardante la scoperta del graffito.
Tuttavia, nonostante la sua importanza, forse perché poco gradito ai devoti o perché troppo scomodo per la Compagnia di Gesù, finora nessuno ha studiato in modo esaustivo il manoscritto. C’è dunque una grossa lacuna da colmare negli studi rosaliani. Soltanto il gesuita Johannes Stilting, un bollandista che scrisse nei primi decenni del ‘700, ne effettuò una breve sintesi negli Acta Sanctae Rosaliae per convalidare in parte le asserzioni di Cascini e per sostenere ancora una volta la storicità di Rosalia “Sinibaldi”. Da allora l’assetto dato ai fatti che portarono alla scoperta del graffito non è stato messo in discussione; costituisce anzi un punto fermo della tematica rosaliana garantito dall’autorità della Compagnia di Gesù e quindi gradito in tutte le diocesi ove è diffuso il culto di santa Rosalia “Sinibaldi”; soprattutto a Santo Stefano Quisquina, a Bivona e nei limitrofi centri agrigentini, dove solidissima è la credenza che l’Eremita abbia abitato la grotta della Quisquina e vi abbia inciso l’iscrizione.
Ė dunque la prima volta che il manoscritto, per gentile concessione della Biblioteca Comunale di Palermo, viene pubblicato.

Servendosi del manoscritto citato e di altri documenti inediti, nel saggio l’autore studia il versante stefanese della vicenda santa Rosalia che fino ad oggi è stato affrontato di sfuggita, in subordine al suo più rilevante aspetto palermitano. Pertanto nella trattazione ha voluto tralasciare le scontate tematiche palermitane per approfondire invece la conoscenza dei fatti accaduti a Santo Stefano quando, nell’agosto del 1624, fu scoperto il graffito.
Il saggio si svolge come una detective story in cui, partendo dal dubbio, si indaga per svelare l’enigma nascosto nell’iscrizione. Santi ha, quindi, organizzato i nove capitoli del libro (preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo) come gli atti di un procedimento giudiziario.
Dopo aver narrato nel prologo il suo incontro con l’iscrizione e la grotta della Quisquina e riassunto i fatti della peste palermitana che portarono all’improvviso risveglio della devozione per santa Rosalia, esamina nel primo capitolo le tesi della “difesa” gesuita (Giordano Cascini, Pietro Salerno e Johannes Stilting) portate a sostegno dell’autenticità del graffito. Nel successivo capitolo espone le ragioni dell’”accusa” (Di Mino, Collura e Petrarca) che dapprima sostiene concordemente la falsità del graffito ma diverge poi nell’identificare il responsabile del falso e le motivazioni che lo spinsero ad agire. Passa poi ad esaminare la posizione degli “indiziati di reato” (Maria Roccaforte, i gesuiti e gli stefanesi) ed a studiare la “scena del crimine” (la grotta della Quisquina), ipotizzando infine come fu materialmente realizzato il “reato” di falso.
I capitoli che seguono sono il cuore della ricerca. Il quarto, contiene le dodici testimonianze del manoscritto della Biblioteca Comunale per mezzo delle quali, nel successivo capitolo, ricostruisce minuziosamente lo scenario in cui si svolse la scoperta dell’iscrizione. Nel capitolo sesto metto poi in “contraddittorio” tale ricostruzione con il racconto degli stessi fatti tramandatoci da Cascini e Stilting. Nel confronto la versione dei gesuiti viene più volte smentita dai testimoni. Emerge così che la Compagnia di Gesù non solo ha ripetutamente omesso particolari rilevanti per la comprensione dei fatti che portarono alla scoperta ma altri ne ha riferito in modo inesatto. La versione dei gesuiti è dunque distorta e mendace; è una “falsa testimonianza” tendente a disinformare il lettore ed a pilotare il suo pensiero. Tutto ciò avvalora la ricostruzione di Valerio Petrarca.
Gli inevitabili sospetti nei confronti della Compagnia di Gesù palermitana, basati su elementi realistici ma indimostrabili per mancanza di documenti, vengono esposti ed analizzati nel capitolo settimo. In un capitolo a parte, l’ottavo, l’autore espone il sospetto più grave: il probabile ruolo svolto dai gesuiti del collegio di Bivona e da suor Maria Roccaforte (l’autrice, secondo Collura, della pia fraus) nella realizzazione del falso. Suor Maria, la visionaria cui santa Rosalia avrebbe rivelato la sua vita, fu probabilmente strumentalizzata dal suo confessore gesuita per appoggiare dall’esterno il falso della Quisquina ed introdurre nell’immaginario collettivo isolano quelle immagini fantastiche (la visione di Gesù nello specchio, la fuga dal palazzo reale, etc.) che poi diventarono i più solidi tratti della devozione popolare per la Santa.
Il capitolo nono contiene infine la “sentenza”. Dopo aver riordinato gli elementi emersi dall’indagine (più complessi di quanto abbiamo finora detto) ed averli messi in relazione, si è delineato un nuovo assetto della questione. Non folgoranti spiegazioni o prove certe dell’autenticità o meno dell’iscrizione, ma una più realistica lettura dei fatti che precedettero e seguirono la scoperta. Sulla base di questi nuovi elementi, ogni lettore potrà trarre le sue conclusioni ed emettere, per il “principio del libero convincimento” che regola l’operato del giudice, la sua “sentenza” schierandosi a favore della difesa o dell’accusa. Quanto alle sue conclusioni, cui non vincola il lettore, l’autore ritiene che l’iscrizione sia falsa e sia opera dei gesuiti.
Obiettivo del libro, lo ricordo, non è appurare la storicità di santa Rosalia ma soltanto accertare l’autenticità o meno dell’iscrizione della Quisquina. Se santa Rosalia “Sinibaldi” è stata inventata dai gesuiti palermitani, santa Rosalia resta comunque il misterioso personaggio di sempre la cui esistenza sembrerebbe provata dai documenti esibiti da padre Collura.
Al corpo principale del libro Giancarlo Santi ha aggiunto sette appendici in cui tratta altrettanti argomenti correlati alla vicenda che finora non sono stati trattati. Le prime quattro riguardano la grotta della Quisquina vista sia come “scena del crimine”, sia come luogo di culto amato e visitato dai pellegrini: la sua morfologia e le trasformazioni cui è stata sottoposta, l’iscrizione e le “false” incisioni che ad essa sono state più volte aggiunte creando la paradossale situazione del “falso su falso”. Nella quinta appendice descrive il primaverile pellegrinaggio dei devoti stefanesi all’eremo di Rosalia. Per facilitare la riflessione e la “sentenza” del lettore, la sesta e la settima appendice contengono infine le trascrizioni dei due principali documenti su cui è imperniata l’indagine: il testo degli Acta Sanctae Rosaliae in cui padre Stilting riassume ad usum delphini le dodici testimonianze del 1642 e soprattutto, le 43 pagine dell’inedito manoscritto 2Qq E 88 che ha consentito di guardare alla vicenda della Quisquina da una nuova ed obiettiva prospettiva.
Ben documentato e di facile lettura, il saggio si rivolge sia allo studioso, sia al lettore interessato ai segreti che si celano nella sfuggente vicenda di Rosalia “Sinibaldi”, illusoria immagine creata dagli uomini, caricatura della poco conosciuta ma storica santa Rosalia.

L’AUTORE
Giancarlo Santi, nato a Siracusa nel 1946, vive a Catania; giornalista pubblicista, ha collaborato con il Touring Club Italiano, con la terza pagina del quotidiano La Sicilia e con la rivista Etna Territorio di Catania scrivendo di feste popolari, di tradizioni religiose, di itinerari culturali siciliani. Nel 2001 ha pubblicato con l’editore Bolelli di Bologna La strada dei Santi, viaggio sentimentale per le feste religiose di Sicilia. Si interessa anche di speleologia ed è coautore dei libri Le grotte del territorio di Melilli (1997) edito dal Comune di Melilli e Dentro il Vulcano, le grotte dell’Etna (1999) edito dall’Ente Parco dell’Etna.