La politica: sport per i ricchi?

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Washington (Usa) - “È abbastanza ricca da potere regnare”. Ecco come il sindacato degli infermieri californiani ha punzecchiato Meg Whitman, l’ultraricca candidata a governatore della California.
La Whitman, ex amministratore delegato di eBay, ha infatti speso più di novanta milioni di dollari dei propri soldi per vincere la primaria repubblicana. Non è l’unica persona attiva in politica ad essere in una situazione economica che le permette di fare uso della sua fortuna per bruciare le tappe ed aspirare ad un ruolo di prima importanza nel governo.
Per i candidati che non hanno i quattrini della Whitman una parte del loro compito è di chiedere contributi. Ciò vuol dire in effetti fare doppio lavoro, quello politico, spiegare agli elettori le proprie idee e allo stesso tempo passare notevole tempo a raccogliere fondi. Da non dimenticare ovviamente l’altro lavoro per guadagnarsi il pane.
Trovandosi a corto di fondi si traduce in un serio svantaggio in elezioni nazionali o statali come quelle per la California. Con i suoi trentasette milioni di abitanti e un territorio di 411.000 kilometri quadrati il Golden State è infatti quasi una nazione.
Comunicare con l’elettorato a livello nazionale o quasi richiede un notevole uso della televisione che ovviamente costa molti soldi. Ne sa qualcosa Carly Fiorina, il candidato repubblicano a senatore della California. La Fiorina, ex amministratore delegato di Hewlett-Packard, è anche lei abbastanza ricca ma non quanto la Whitman. Ha contribuito alcuni milioni di tasca sua per vincere la primaria repubblicana ma adesso si trova in una situazione svantaggiosa. La sua avversaria democratica, Barbara Boxer, tre mandati al Senato compiuti, non è povera ma è riuscita a raccogliere abbastanza fondi da surclassare la sua avversaria.
Non è tipico pensare che il candidato repubblicano sia in una situazione di svantaggio economico quando si compara a un candidato democratico. La Fiorina dovrà dunque continuare a “prestare” i propri soldi alla sua campagna oppure aspettare che il Partito Repubblicano venga in suo soccorso. Ciò forse non avverrà date le altre elezioni costose in altri Stati dove le possibilità di successo sono più favorevoli al Gop. La Camera di Commercio Americana ha fornito ingenti contributi a Joe Sestak (Pennsylvania) e Rob Portman (Oregon), candidati repubblicani al Senato.
I candidati repubblicani ricevono più contributi dalle corporation dei democratici considerando i legami ideologici con il partito conservatore. Ma in California le elezioni sono costosissime e le corporation “investiranno” in Stati dove potranno avere molto più impatto. Dopotutto un voto al Senato è un voto non importa se rappresenta mezzo milione di abitanti o trentasette.
Essere ricchi e usare le proprie risorse non garantisce però il successo politico. Nelle primarie democratiche del 2008 Hillary Clinton prestò parecchi milioni di dollari alla sua campagna. Perse lo stesso anche se non di molto.
Secondo uno studio del National Institute on Money in State Government solo l’undici percento dei candidati che si autofinanziano vincono le elezioni a governatore.
Non tutti gli elettori saranno completamente informati sulle questioni politiche ma riescono a vedere oltre il portafoglio del candidato. La ricchezza in un certo senso può chiarire agli elettori che il candidato non potrà mai capire i problemi del cittadino comune. Un esempio ce lo diede George Bush padre nell’elezione del 1992. Dopo avere visitato un supermercato Bush disse di essere “stupefatto” dalla tecnologia usata alla cassa. Si trattava della cassa scanner che legge automaticamente i prezzi dei prodotti. La tecnologia era già in uso dal 1980 ma Bush diede l’impressione di non essere mai entrato in un supermercato suggerendo di non avere nessun contatto con la vita quotidiana degli americani.
Questa mancanza di esperienza con la vita comune dei cittadini non si applica solo ai politici repubblicani. La metà dei senatori americani sono milionari e ciò include membri di ambedue partiti. Infatti alcuni fra i più ricchi senatori fanno parte del Partito Democratico. Herb Kohl (Wisconsin), John Kerry (Massachusetts), Jay Rockefeller (West Virginia) e Diane Feinstein (California), tutti senatori democratici non hanno molto da invidiare ai loro colleghi repubblicani come Lincoln Chafee (Rhode Island), John McCain (Arizona), Elizabeth Dole (North Carolina) per quanto riguarda la loro fortuna personale o familiare.
Il fattore economico ovviamente scoraggia non pochi individui a partecipare alla politica. Ci vorrebbero i finanziamenti pubblici ma ciò naturalmente richiede soldi che sia il governo nazionale che quelli statali non possiedono specialmente di questi giorni. Ciò impedisce di implementare l’ideale americano di democrazia, ossia un governo “del popolo, dal popolo e per il popolo”.

Domenico Maceri

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