Piombino accoglie la “nave degli infetti”. “Grazie Piombino”, gridano dai ponti di ‘Costa Diadema’

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di Paolo Ermini
«Costa Diadema», «Costa Luminosa»: nomi sfolgoranti per due navi che sembrano arrivate da un mondo lontanissimo. Che era il nostro fino a pochi giorni fa. Navi da crociera, ricche di confort, ristoranti, piscine, sale giochi. E che sono diventate delle prigioni di lusso per migliaia di persone sotto l’attacco del Covid-19. L’equipaggio della «Luminosa» ora è in quarantena in un hotel che si affaccia sul parco di villa Demidoff, a Pratolino, dopo essere sbarcato a Savona; oltre mille persone, quasi tutte appartenenti al personale di bordo, sono invece ancora sulla «Diadema» approdata ieri sulla nostra costa. Capitoli di un dramma epocale che ogni giorno però ci riserva anche forti emozioni. «Grazie Piombino», «Grazie Toscana», hanno gridato ieri dal colossale traghetto ormeggiato nel porto che li ha accolti dopo tanti rifiuti, l’ultimo da Civitavecchia. Una storia di generosità che ha dato una bella immagine di questa terra, in giornate che tutti noi viviamo come fossimo sospesi. Sospesi tra la contabilità dei contagi, dei morti e dei guariti e le date previste per la fine dell’incubo. Mutevoli, sia la prima che la seconda. E nell’incertezza si fa più forte l’inquietudine, non solo di chi è preoccupato di non farcela ad arrivare con i soldi alla fine del mese. C’è la stanchezza accumulata per le proibizioni da rispettare nell’interesse di tutti. Sono sfumati gli applausi dalle finestre a medici e a infermieri. Pochi cantano ancora al balcone (e non è un male visto che al Nord non sanno più neppure dove mandare i camion con le bare). Eppure è proprio questo il momento di stringere i denti. Proprio ora dovremmo, in silenzio, esporre sulle facciate il tricolore come impegno ad attenerci alle regole. Servono dei corrispettivi, naturalmente. Le istituzioni devono dare prova di efficienza e varare misure adeguate alle necessità, secondo criteri di equità e giustizia sociale. Non è vero che l’Europa non sta facendo nulla, come vanno urlando alcuni demagoghi che furoreggiano nelle Tv. La macchina italiana però deve aumentare i giri del motore.
Gentile direttore, ho letto con gioia il suo editoriale di domenica scorsa («Il fattore tempo. E il piano di Pupi») e mi unisco con forza all’appello di un intellettuale del calibro di Pupi Avati.
Viviamo in un tempo sospeso, sembra che tutti quelli che possono stiano dando il meglio di sé per far passare questo tempo in modi variamente creativi. Ginnastica, social, molto social, modi poco impegnativi, massimamente leggeri. Stiamo perdendo un’occasione. Usiamo questo tempo sospeso, costretti intorno al focolare televisione, per usare le reti pubbliche allo scopo primario di diffondere contenuti, principii di educazione civica, conoscenza del nostro meraviglioso Paese. Sostituiamo le strisce: dalla richiesta di donazioni alle informazioni sulle rinuncia dei politici a parte dei loro emolumenti. Gli italiani normali non possono donare. I ricchi e famosi donano, se vogliono, senza sforzi. Gli altri devono sopravvivere. Intanto diffondiamo nelle case, tutte, misere o confortevoli un nutrimento veramente democratico. Almeno la consapevolezza di quello che siamo stati e possiamo essere. Almeno un pochino di educazione civica. Almeno un pochino di narrazione dei nostri padri. Le teche Rai sono ricche quanto la biblioteca di Alessandria . Non dimentico che in un’altra stagione la televisione pubblica ha sanato buchi di analfabetismo.
Uno sforzo culturale quotidiano che accompagnò il dopoguerra e il passaggio dalle distruzioni e dalla miseria al boom economico. Cerchiamo di uscire da questa obbligata clausura dovuta al coronavirus con spettacoli più decenti.
Non ce ne pentiremo.
Un’esperienza che le istituzioni socio-sanitarie, a questo preposte, non dovrebbero far vivere a chi ha avuto l’indesiderato incontro con il coronavirus. Questa la cronaca: sono una malata oncologica metastatica e da due anni sono sottoposta mensilmente a terapie che (pur in un «limite» temporale sconosciuto) mi donano una qualità di vita buona, consentendomi di vivere la mia malattia essendo autonoma, potendo lavorare e avere quelle relazioni che sono così importanti per la mia vita. Il Covid mi ha colpito: il 3 marzo, dopo aver incontrato il giorno precedente un amico tornato da Milano, vengo a sapere che si è ammalato e che probabilmente si è infettato. Il 7 marzo mi viene la febbre e tutti i vari sintomi: mi assale la paura, a maggior ragione perché sono immunodepressa per le mie terapie per il cancro. Chiamo il numero dell’Azienda Sanitaria dedicato al Covid 19, segnalando le persone con cui ho avuto contatti e la persona (ormai con tampone positivo) che probabilmente mi ha infettato.
Mi viene detto di stare a casa e di iniziare la quarantena con mio marito: mi arriverà una telefonata ogni giorno per non lasciarmi sola e per conoscere la progressione della mia malattia. Da quel giorno in poi non ho più avuto nessuna chiamata. Telefono al mio Medico di base (che non viene a casa e non ha neanche una mascherina) che sembra essere nel caos più completo: gli chiedo di poter avere un tampone per poter organizzare la continuazione della mia terapia. Anche la mia oncologa lo chiama perché una sospensione troppo lunga può essere rischiosa ma, se io sono positiva, non posso recarmi nel Day Hospital per non nuocere agli altri ammalati e non posso nemmeno continuare i chemioterapici che mi renderebbero ancora più fragile nel superare l’infezione. Non riesco ad avere né risposta né tampone. Solo un mio amico riesce, attraverso conoscenze che non so, a farmi fare il tampone il 18 marzo , un tampone che ritengo mi sia dovuto …. Mi vergogno un po’ per aver avuto questo «trattamento di favore», io che credo che siamo tutti uguali e che queste sono davvero le situazioni in cui lo siamo ancora di più … Da quel giorno, il 18, se lo stesso amico, dopo 3 giorni di attesa, non si fosse attivato ed non mi avesse informato della mia positività «ufficiosamente», ad oggi 30 marzo, non ho ricevuto nessuna telefonata «istituzionale» che mi abbia comunicato «ufficialmente» che sono positiva e, se non fossi una persona responsabile, in questo arco di tempo di incertezza sul mio essere infetta, sentendomi meglio, avrei potuto uscire, almeno a fare la spesa, infettando probabilmente chi incontravo, pur adottando le dovute precauzioni di distanziamento e di igiene. Comprendo bene che quello che sta succedendo nel mondo globale è un evento a cui siamo tutti impreparati, istituzioni e governi compresi, per la velocità di diffusione di questo virus che non ci ha permesso, all’inizio, quasi di accorgerci della sua presenza. Ma a che serve fare un tampone (che per altro ritengo di aver avuto il diritto di fare) se non se ne dà risposta? Che prevenzione si fa per questa pandemia se una persona positiva al Covid 19 non ne viene informata? Eppure saranno state avviate procedure? Cos’è che non ha funzionato, dal momento che non credo di essere stata l’unica persona a subire questo disservizio così grave per la salute delle persone? Perché gli operatori sanitari non vengono tutelati da una campagna allargata di tamponi che vengono richiesti come se fossero un favore da ricevere e non un diritto che tuteli la salute di chi ci cura? In questi momenti bui fare polemica credo non serva, ma le immagini che la televisione mi rimanda di tutto quel dolore e di tutte quelle persone morte, nelle case e negli ospedali, nella solitudine o accompagnate dai propri cari, disperati per la loro impotenza, mi hanno spinto ad appellarmi alle nostre istituzioni toscane ed italiane perché vigilino affinché queste esperienze non si ripetano. Io, da parte mia, che sono stata così fortunata da superare l’infezione senza ricovero, volevo solo segnalare la delusione nei confronti della nostra sanità, una sanità nella quale avevo finora creduto, che avevo appoggiato, che senza gli sforzi del Terzo Settore poco potrebbe fronteggiare e che, soprattutto, come la politica, non ammette i suoi errori.
❞ Sono una malata oncologica metastatica, il virus mi ha colpito il 7 marzo. Mi viene detto di stare in casa, ma nessuno mi telefona per conoscere la progressione della malattia Riesco a farmi fare un tampone solo il 18… (da Corriere fiorentino, 31 marzo 2020)

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