Morire per lavoro, essere disposti anche a uccidere pur di conservare il posto

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Una settimana di grandi esodi verso le località balneari o di montagna della penisola, alla ricerca di un più di refrigerio e di fresco con cui contrastare la sferzante azione della calura estiva; ma anche una settimana in cui si è potuto constatare con mano quanto sia importante il lavoro per gli uomini e quanto sia diventato davvero il problema per eccellenza per tutti noi. E guai se non fosse così. Non recita forse al primo articolo della Costituzione che il nostro Stato basa i propri fondamenti sul diritto al lavoro? Niente da eccepire allora; ma quando il lavoro diventa una chimera; quando si corre il rischio dall’oggi al domani di trovarsi sul lastrico, senza alcuna offerta occupazionale e ci sentiamo crollare addosso il mondo, allora il problema diventa serio, di vita e morte. Come questa settimana, che –come era prevedibile- si lascia dietro alle spalle una scia di sangue determinata e suggerita dalla paura di diverse persone di perdere l’occasione del lavoro. Quando poi tale paura si associa alla constatazione di essere di una “certa” età e quindi non più in grado di far fronte a tutta la tiritera dettata dalla circostanza di trovare una formula sostitutiva, quando s’insinua nel ragionamento che ormai non ci sono più chance, vista la non più giovanissima età, allora il problema diventa drammatica e le soluzioni che si prospettano davanti agli occhi dei nostri protagonisti sono davvero micidiali, per non dire drammatiche.

Il primo caso si verifica a Massarosa, in provincia di Lucca: un dipendente licenziato sei mesi fa ha freddato a colpi di pistola il direttore generale e il responsabile delle vendite all’estero della sua azienda, la Gifas Electric. Poi si è suicidato. Un bagno di sangue, quando la tragedia non era neppure nell’aria e tutto lasciava presupporre che si fosse appianato il dissenso e che la situazione si sarebbe chiarita. Evidentemente non è stato così.  Un altro caso, questo più recente: dopo una lite furiosa per motivi di lavoro che, secondo gli inquirenti, avrebbe spinto l’assicuratore romano, Flavio Pennetti (30 anni) a uccidere il suo capo-agenzia all’Assirsk Massimo Carpifave (60 anni). Poi, forse per nascondere o disperdere le tracce, ha gettato il cadavere in una scarpata lungo la strada che collega Leonessa a Rieti, dove si erano recati insieme per una questione relativa ad un’auto di lusso e a ad occultarlo ricoprendolo con sassi e terriccio. Un altro omicidio.

Per il delitto di Rieti, l’agente assicurativo avrebbe utilizzato una mazza da baseball. L’omicida poi ha confessato alla polizia di Roma, dopo essere stato rintracciato venerdì sera, ed è stato sottoposto a fermo per omicidio volontario ed occultamento di cadavere.

“Era un dittatore. Mi ha insultato in tutti i modi”, così si è giustificato davanti al commissariato di Polizia che lo ha interrogato per primo. Ma non è solo questa la giustificazione, che l’ha spinto a compiere un gesto così estremo. C’è anche la paura di trovarsi senza lavoro, la paura di rimanere, in un periodo di crisi senza alcuna occupazione che potesse garantire al soggetto un tenore di vita adeguato alle esigenze.

E di fronte al baratro del “nulla” ha preferito scaricare la rabbia su colui che era all’origine del suo male per sopprimerlo, nella convinzione (errata) che una volta soppresso, i suoi problemi non avrebbero più avuto ragione di essere. Ma così evidentemente non è stato.

Queste circostanze dovrebbero indurci a delle riflessione e essere, come lo sono di sicuro, chiare spie di un malessere diffuso tra i nostri connazionali, così vessati, bersagliati da notizie catastrofiche relative alla crisi che sta trascinando nel gorgo paesi come la Grecia e il Portogallo e che sembra si stia avvicinando anche sulla nostra Penisola. Che il lavoro sia la fonte principale dell’uomo per garantirsi un tenore di vita consono, lo sapevamo da vecchia data; ma ciò che ci stupisce è la reazione così violenta, disumana che si ha quando appaiono all’orizzonte situazioni critiche come quelle sopra citate. E’ la filosofia che scatena i sentimenti più torbidi, quando in ballo c’è la sussistenza (il lavoro inteso come principale fonte di benessere e garanzia di vita per gli stessi soggetti). Come occorre che la teoria “homo homini lupus” non debba essere praticata fino a queste estreme conseguenze. E’ bene che si prenda atto di quanto successo e che si diano maggiori garanzie a coloro che hanno un contratto di lavoro a termine.

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