
Questa analisi nasce anche da una sensibilità personale verso il tema dell’insularità, maturata attraverso una conoscenza diretta dei territori insulari e delle loro specificità. Una prospettiva che accompagna il percorso di osservazione, senza sostituire il rigore dell’analisi dei documenti europei e dei dati disponibili.
Le isole non vengono più considerate soltanto aree periferiche, geograficamente distanti dai grandi centri economici e amministrativi, ma territori nei quali emergono con particolare evidenza alcune delle grandi sfide che riguardano il futuro dell’Europa: resilienza, sostenibilità, accessibilità, servizi essenziali, cambiamento climatico e qualità della vita.
Con questo approfondimento iniziamo un percorso dedicato all’analisi dei pilastri strategici della Strategia europea per le isole.
L’obiettivo non è semplicemente riportare ciò che la Commissione europea ha scritto, ma cercare di comprendere il significato più profondo delle sue scelte e le possibili conseguenze per le comunità insulari.
Perché ogni strategia europea è composta da parole, ma dietro quelle parole ci sono visioni politiche, economiche e sociali destinate a influenzare il futuro di milioni di cittadini.
Primo elemento: riconoscere la diversità delle isole europee
La Commissione europea apre il capitolo dedicato ai pilastri strategici con un’affermazione apparentemente semplice:
“Le isole dell’Unione Europea costituiscono un gruppo di territori estremamente eterogeneo.”
È una frase che potrebbe sembrare soltanto descrittiva.
In realtà contiene uno dei messaggi più importanti dell’intera Strategia.
L’Europa riconosce che non esiste una sola “isola europea”.
Esistono migliaia di realtà diverse per dimensione, popolazione, economia, posizione geografica e capacità amministrativa.
Una grande isola mediterranea presenta sfide differenti rispetto a una piccola isola del Nord Europa.
Uno Stato membro insulare come Irlanda, Malta o Cipro possiede caratteristiche istituzionali ed economiche diverse rispetto a una regione insulare appartenente a uno Stato continentale.
Questa distinzione è fondamentale.
La prima conseguenza della Strategia europea è quindi il riconoscimento che: non può esistere una politica unica per tutte le isole.
La diversità territoriale deve diventare il punto di partenza delle politiche europee.
Il vero cambio di prospettiva: l’insularità come costo strutturale
Il concetto centrale introdotto dalla Commissione europea è quello di “costo dell’insularità”.
Per molti anni l’insularità è stata considerata soprattutto una condizione geografica.
Essere un’isola significava essere lontani.
Oggi la prospettiva cambia.
La Commissione riconosce che l’insularità genera costi economici, sociali e amministrativi misurabili.
Non sono costi determinati da inefficienze locali.
Non dipendono dalla capacità delle comunità.
Sono conseguenze dirette della condizione geografica.
Questo rappresenta un passaggio culturale importante.
L’Europa riconosce che alcune difficoltà non possono essere semplicemente eliminate, ma devono essere comprese, compensate e governate attraverso politiche adeguate.
Quando la distanza diventa economia
I dati richiamati dalla Commissione europea, sulla base delle analisi dell’OCSE, mostrano la dimensione concreta del fenomeno.
In alcune realtà insulari europee:
- i costi dei trasporti possono superare del 300% quelli della terraferma;
- la spesa pro capite degli enti locali può essere superiore dal 30 al 50%;
- il costo delle abitazioni può risultare più elevato del 75-130% rispetto ad alcune aree continentali.
Questi numeri spiegano perché l’insularità non possa essere affrontata soltanto attraverso interventi temporanei.
La distanza geografica produce effetti permanenti:
- maggiore complessità logistica;
- difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali;
- maggiore fragilità dei sistemi sanitari;
- difficoltà nell’attrarre giovani e professionisti qualificati;
- maggiori costi per cittadini e imprese.
Il mare non rappresenta soltanto un elemento naturale.
Diventa un fattore economico, sociale e amministrativo.
Il caso italiano: Sicilia e Sardegna
La Strategia europea richiama anche la situazione italiana.
Secondo gli studi citati dalla Commissione, l’insularità può incidere sul PIL pro capite della Sicilia con una riduzione stimata intorno al 7%.
Per la Sardegna il costo economico complessivo dell’insularità può arrivare fino al 36% del PIL pro capite.
Questi dati non devono essere letti soltanto come indicatori economici.
Raccontano una condizione territoriale più ampia.
Raccontano la difficoltà di garantire gli stessi livelli di opportunità quando ogni collegamento, ogni servizio e ogni infrastruttura devono confrontarsi con una barriera naturale.
La questione non è quindi soltanto economica.
È una questione di equità territoriale.
Dalla compensazione alla resilienza
La novità più importante della Strategia europea è forse il superamento di una visione esclusivamente compensativa.
Le isole non vengono più presentate soltanto come territori svantaggiati da sostenere.
Vengono riconosciute come luoghi nei quali sperimentare nuove soluzioni.
Le caratteristiche che in passato rappresentavano una difficoltà possono diventare elementi di innovazione:
- energie rinnovabili;
- gestione sostenibile delle risorse;
- economia del mare;
- tutela della biodiversità;
- nuovi modelli di servizi pubblici;
- innovazione digitale.
Le isole possono diventare laboratori dove l’Europa sperimenta la propria capacità di adattamento.
La mia osservazione
La prima parte della Strategia europea per le isole contiene un messaggio politico preciso.
L’Unione Europea sta iniziando a riconoscere che la distanza non è soltanto una questione geografica.
È una condizione che influenza economia, società, servizi pubblici e qualità della vita.
Le isole non chiedono di essere considerate uguali alla terraferma.
Chiedono che la loro specificità venga considerata quando vengono costruite le politiche europee.
Il vero cambiamento, forse, non è ancora nelle risorse disponibili.
È nel modo stesso con cui l’Europa guarda questi territori.
Da periferie da assistere a territori da comprendere.
Perché una politica efficace nasce prima di tutto dalla capacità di osservare la realtà.
Nel prossimo approfondimento
Nel secondo capitolo analizzeremo gli strumenti attraverso i quali l’Unione Europea intende sostenere le isole: politica di coesione, Interreg, Horizon Europe, InvestEU, Banca Europea per gli Investimenti e gli altri programmi destinati a trasformare la Strategia in azioni concrete.
“Quando una politica europea impara ad ascoltare i territori prima di cercare di cambiarli, forse non sta solo scrivendo una strategia. Sta imparando a conoscere l’Europa.”
🐬 Elby, la coscienza silenziosa di ItalyNews.it
Riccardo Cacelli
CSO | VE-IGA (International Government Affairs)
Project Leader | Aeolus – One Health Operational Protocol


