
Ci sono notizie che raccontano un fatto.
E poi ci sono fatti che raccontano qualcosa di noi.
La fotografia di Lionel Messi che, nel 2007, fa il bagnetto a un bambino di appena un anno durante una campagna benefica del Barcellona e dell’UNICEF appartiene a questa seconda categoria.
Quel bambino era Lamine Yamal.
Domani, diciannove anni dopo, i due si troveranno uno di fronte all’altro nella finale della Coppa del Mondo.
La cronaca si ferma qui.
Ma il giornalismo, almeno quello che prova a osservare prima ancora che a raccontare, dovrebbe andare un passo oltre.
Perché questa storia ci colpisce così profondamente?
La risposta più immediata è una parola antica quanto l’uomo: destino.
È quasi inevitabile pronunciarla.
Eppure, forse, la domanda più interessante non è se il destino esista davvero.
La domanda è perché abbiamo così tanto bisogno di credere che esista.
Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung parlava di sincronicità: coincidenze prive di un legame di causa ed effetto che, osservate insieme, assumono un significato profondo per chi le vive o le contempla. Non sono la prova di un disegno già scritto, ma il modo in cui il tempo ricompone eventi lontani fino a farli apparire parte della stessa storia.
“La sincronicità è l’occorrere simultaneo di due eventi
collegati da un significato,
ma non da una relazione causale.”
frase, tratta dal saggio “Sincronicità: un principio di connessioni acausali” (Jung, 1952)
Nessuno poteva immaginare che quel bambino scelto casualmente attraverso un sorteggio sarebbe diventato il talento destinato a rappresentare la nuova generazione del calcio mondiale.
E soprattutto nessuno avrebbe potuto prevedere che i due si sarebbero ritrovati, quasi vent’anni dopo, a contendersi il trofeo più prestigioso del calcio.
Le probabilità erano infinitesimali.
Ma il tempo possiede una qualità straordinaria: trasforma la successione degli eventi in una narrazione.
Ciò che, nel presente, appare come una semplice coincidenza, osservato a distanza di anni sembra acquisire un ordine, quasi una logica.
È questa la forza delle storie.
E forse è anche la caratteristica più autentica dell’essere umano.
Noi non viviamo soltanto di fatti.
Viviamo di significati.
Cerchiamo connessioni, costruiamo simboli, rileggiamo il passato alla luce del presente.
È così che diamo senso alla nostra esperienza.
Per questo quella fotografia oggi emoziona milioni di persone.
Non cambia il passato.
Non cambia l’esito della finale.
Non dimostra che il destino esista.
Ci ricorda, però, che il tempo è il più grande interprete degli eventi.
Forse il destino non è una forza misteriosa che governa le nostre vite.
Forse è il nome che diamo a quelle rare coincidenze che il tempo rende così straordinarie da costringerci a fermarci e a riflettere.
E forse non è nemmeno necessario scegliere tra destino e caso.
Perché alcune storie valgono proprio per le domande che riescono a generare.
La fotografia di Messi e Lamine Yamal è una di queste.
Ci invita a osservare.
A comprendere.
E infine a condividere.
Non una certezza.
Ma quello stupore che nasce quando la realtà riesce, ancora una volta, a essere più sorprendente della fantasia.
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