Il 25 Aprile all’Elba. La storia di Tina Paolini

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Immagini indelebili, impresse a fuoco nella memoria, che non si cancellano neppure dopo 81anni dall’accaduto. Tutt’altro. “Quelle sequenze me le porterò dietro finché campo”. Così commenta Piero Paolini, ex commerciante di Portoferraio, che racconta a ‘Il Tirreno’ quel tragico 20 novembre 1943 a Poggio, in cui trovò la morte la sua sorellina gemella, Ernesta Italia Paolini (dieci anni appena compiuti), detta familiarmente Tina. Una storia talmente sentita e partecipata dalla comunità di questo paese arroccato sui contrafforti di monte Capanne, che l’amministrazione comunale guidata da Simone Barbi ha accolto favorevolmente la proposta di una signora donatrice, S.M.G. (che vuole mantenere l’incognito) di donare una targa in ricordo di quel tragico evento. L’installazione e l’inaugurazione avverrà nella giornata del 25 aprile in piazza del Castagno, teatro del tragico episodio; così come pure sarà posizionata, nello stesso giorno, ma a Procchio, una seconda targa, per ricordare i 14 detenuti provenienti da Pianosa e giustiziati sommariamente dai Tedeschi sulla spiaggia e qui sepolti il 14 ottobre 1943. Erano colpevoli di aver preso parte alla rivolta, dopo che sull’Isola del Diavolo si diffuse la notizia (giunta solo l’11 settembre) dell’armistizio Badoglio e l’allora direttore del carcere Mazzei represse in parte con il sangue la ribellione, in parte trasferendo un certo numero di detenuti nel carcere di Porto Azzurro, dove non giunsero mai. Ma torniamo ai fatti di Poggio e al racconto di Piero Paolini. In quel periodo l’Elba era occupata dall’esercito tedesco per effetto dell’armistizio dell’8 settembre. “Quel 20 novembre – ricorda Piero Paolini – cominciò molto presto. Alle 4 del mattino sentimmo botte agli usci delle case; noi eravamo sfollati a Poggio da Portoferraio e fu davvero una scelta felice in quanto la Città subì nel complesso oltre cinquanta bombardamenti aerei sia da parte degli alleati, sia da parte dei Tedeschi dopo che ci fu l’armistizio. Volevano colpire soprattutto gli Altiforni Ilva, che producevano ghisa e poi anche danneggiare il porto con i suoi depositi di carburante felicemente sistemati nei sotterranei delle Fortezze medicee che servivano da base di rifornimento della Marina Militare Regia dell’Alto Tirreno. Nonostante le incursioni l’obiettivo di danneggiarli e metterli fuori uso non fu mai raggiunto; cosa invece che non successe per lo stabilimento che, a guerra finita, fu definitivamente dismesso. I Tedeschi cercavano uomini, invece trovarono donne, bambini e vecchi. Un certo numero di abitanti fu raccolto in piazza del Castagno e dopo le nove, chi su camion, chi a piedi raggiunsero Marciana Marina per essere imbarcati sulle chiatte e trasferiti a Piombino. Quando tutto quel trambusto diminuì: mia sorella Tina ed io, scendemmo in piazza dove fummo raggiunti da altri bimbi”. “Mi ricordo – continua Paolini – che era una bella giornata dell’ ‘Estatina dei morti’. Mia sorella e le sue amiche erano intente a giocare saltando da una casella all’altra disegnata sulle lastre di granito della piazza con una sola gamba”. Si tratta del gioco di strada forse più famoso al mondo. Di sicuro quello con più nomi, a seconda dei luoghi. Una sfida, una danza, una prova di abilità fatta di gesti, parole e movimenti che evocano l’infanzia, giochi all’aperto, spensieratezza, svago, proprio in un momento in cui il mondo degli adulti faceva la guerra. “C’era un soldato tedesco seduto sulla murella della piazza – continua Piero – che stava armeggiando al suo fucile mitragliatore. A un certo momento partì una raffica. Vidi le bimbe scappare e abbassarsi. Mia sorella si era buttata per terra. Quando tutto finì, mi avvicinai a lei per aiutarla a rialzarsi. Fu allora che scorsi i fori dei proiettili: uno alla tempia, un altro sul torace e infine sulle gambe. Era morta sul colpo. Poco distante da lei un sasso piatto non troppo pesante con cui smarcava le caselle e un gessetto”. Era il materiale richiesto per misurarsi nell’eterno gioco di bimbe, conosciuto con i nomi più diversi a seconda dei luoghi, ma con una regola sempre uguale: lanciare il sasso sul primo quadrato, stando attente a non sbagliare casella. Poi avanzare saltellando con un piede solo nel numero singolo, due piedi nelle caselle accoppiate, cercando di fare tutto il percorso senza toccare le righe dello schema e senza cadere. “È stata l’ultima cosa che ha fatto in vita mia sorella – conclude Paolini – Questa storia è piaciuta molto a una signora di Milano che ha casa a Poggio. È stata lei a realizzare la targa e a proporla al sindaco. Le sono grato, a nome anche della mia famiglia”.

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