Maduro trasferito a Brooklyn: gli interessi geopolitici degli Stati Uniti dietro l’attacco al Venezuela

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WASHINGTON DC – Nella serata italiana di sabato, un aereo con a bordo il presidente venezuelano Nicolás Maduro è atterrato a New York, dove il leader sudamericano dovrà affrontare il processo negli Stati Uniti. Con le manette ai polsi, Maduro è sceso dalla scaletta dell’aereo scortato dagli agenti dell’FBI e della DEA, insieme alla moglie Cilia Flores. Successivamente, la coppia è stata trasferita in elicottero al quartier generale della DEA a Manhattan e da lì condotta al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, il carcere federale che in passato ha ospitato criminali di spicco come El Chapo Joaquín Guzmán. Il trasferimento segna un passaggio storico e simbolico nell’operazione statunitense, consolidando il controllo americano sul caso venezuelano e aprendo una nuova fase geopolitica nella regione.

Narcotraffico o strategia geopolitica?

Il presidente americano Donald Trump ha giustificato l’azione denunciando il Venezuela come hub per traffico di droghe verso gli Stati Uniti, e accusando il governo di ospitare organizzazioni criminali come il Tren de Aragua e il Cartel de los Soles. Per rafforzare la narrativa, Washington ha designato alcune di queste organizzazioni come Foreign Terrorist Organisations, raddoppiato la taglia su Maduro e autorizzato il dispiegamento di portaerei, cacciatorpediniere, truppe e sequestri di petroliere con greggio sanzionato.

I dati ufficiali, però, smentiscono gran parte della narrativa: il Venezuela è un attore marginale nel traffico globale di stupefacenti, e il fentanyl, spesso citato da Trump, non viene prodotto nel Paese e arriva negli Stati Uniti quasi esclusivamente via terra dal confine con il Messico.

Petrolio e interessi strategici

Il vero fulcro della crisi rimane il petrolio: il Venezuela possiede le più grandi riserve mondiali, risorsa che lo rende centrale nella strategia americana nonostante la produzione reale ridotta. Le sanzioni hanno danneggiato il settore, ma il potenziale energetico è intatto.

Per Washington, la posta in gioco non è solo chi governa oggi Caracas, ma chi controllerà domani le risorse strategiche. Negli ultimi anni, Maduro ha siglato accordi energetici e minerari con Cina, Russia e Iran, garantendo accesso a energia e influenza strategica nella regione, scenario inaccettabile per l’amministrazione Trump.

Gli Stati Uniti considerano il Venezuela vitale per tre motivi principali:

  • Una lunga costa caraibica su rotte commerciali fondamentali, incluse quelle verso il Canale di Panama;

  • Ricchezze naturali: petrolio, gas, oro e minerali critici;

  • Un governo potenzialmente alleato di potenze rivali, in particolare Cina e Russia.

Il dispiegamento militare e la pressione americana inviano un chiaro segnale a tutta la regione: qualsiasi influenza esterna alternativa non sarà tollerata. La recente volatilità dei mercati energetici e il progressivo sganciamento del commercio petrolifero globale dal dollaro rafforzano la volontà degli Stati Uniti di riportare il petrolio venezuelano sotto la loro sfera di controllo.

Scenari futuri per il Venezuela

Il governo venezuelano avrebbe, secondo alcune ricostruzioni, offerto agli Stati Uniti una quota predominante delle proprie risorse energetiche e minerarie, dirottando esportazioni che sarebbero altrimenti arrivate in Cina. Parallelamente, l’opposizione guidata da María Corina Machado prospetta un Venezuela post-Maduro basato su privatizzazioni, investimenti esteri e smantellamento del sistema chavista, con un potenziale economico stimato in oltre 1.700 miliardi di dollari.

Per Washington, entrambe le opzioni sono strategicamente interessanti. L’operazione contro Maduro apre nuovi scenari geopolitici, rafforzando analogie con la guerra Russia-Ucraina e la tensione tra Cina e Taiwan, delineando un nuovo ordine mondiale in formazione, dove l’America cerca di riaffermare il suo ruolo dominante nella regione e oltre.

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