
WASHINGTON DC – Giovedì 19 febbraio 2026 rappresenta per la politica estera italiana un appuntamento dall’alto tasso simbolico: a Washington si terrà la prima riunione ufficiale del “Board of Peace”, la nuova iniziativa internazionale lanciata dal presidente americano Donald Trump con l’obiettivo di promuovere pace e ricostruzione, prima di tutto nella Striscia di Gaza, dopo anni di guerra tra Israele e Hamas.
L’incontro del 19 febbraio si terrà all’Institute of Peace di Washington, ufficialmente ribattezzato Donald J. Trump Institute of Peace. È lì che il presidente americano ha programmato la prima riunione ufficiale del Board of Peace, dove si prevede verranno annunciati impegni finanziari e piani per la ricostruzione di Gaza e altri progetti di pace internazionale. Trump stesso ha specificato che gli Stati membri hanno promesso “oltre 5 miliardi di dollari per gli sforzi umanitari e di ricostruzione nella Striscia di Gaza”, sottolineando che alla riunione parteciperanno delegazioni di numerosi Paesi.
Il forum, nato con un messaggio forte di rilancio diplomatico, si presenta però controverso per la sua struttura decisionale centralizzata e per il ruolo dominante degli Stati Uniti. Per l’Italia la partecipazione a questo tavolo internazionale è tutto fuorché semplice e lineare, e il ruolo che Roma avrà in questa riunione — come osservatrice e non come membro a pieno titolo — riflette tensioni profonde tra diritto costituzionale, politica estera e calcolo geopolitico.
Un organismo globale sotto il segno degli Stati Uniti
Donald Trump ha voluto il Board of Peace come organismo internazionale di coordinamento politico, umanitario e di ricostruzione, con l’obiettivo di capitalizzare sulla tregua a Gaza e scommettere su una nuova architettura di pace globale. I Paesi partecipanti — attesi oltre una ventina — hanno già promesso contributi significativi da destinare ad aiuti umanitari, infrastrutturali e di stabilizzazione in Medio Oriente e nelle aree colpite da conflitti. Tuttavia, la struttura del Board e il ruolo permanente del presidente come guida centrale hanno sollevato dubbi in molti Paesi europei, preoccupati che l’organismo possa concorrere con istituzioni multilaterali consolidate o agire al di fuori delle competenze ufficiali di organismi internazionali riconosciuti.
Italia: osservatori sì, membri no
Per l’Italia, la decisione di partecipare ufficialmente alla riunione del 19 febbraio come Paese osservatore è stata un compromesso tra la volontà di non restare tagliata fuori da un tavolo internazionale di questo peso e i limiti imposti dall’ordinamento interno. La premier Giorgia Meloni ha annunciato che Roma risponderà positivamente all’invito per essere presente alla sessione di Washington, ma ha chiarito che non potrà aderire come membro effettivo del Board of Peace.
Il motivo principale è di natura costituzionale. La Costituzione italiana consente al Paese di aderire a organizzazioni internazionali solo quando esiste parità di condizioni con gli altri Stati membri. L’articolo 11 della Costituzione italiana prevede infatti che l’Italia possa limitare la propria sovranità o partecipare ad organismi internazionali se ciò avviene in condizioni di parità con gli altri Stati. Nel caso dello statuto del Board of Peace, invece, il presidente dell’organismo detiene poteri esecutivi indipendenti, il che non garantisce una partecipazione alla pari per Roma.
Per superare questo ostacolo, l’Italia ha optato per la formula dell’osservatore: una presenza politica, non vincolante, che permette di sedersi al tavolo diplomatico senza assumere gli obblighi di un membro pieno. Accanto a Roma, anche l’Unione Europea parteciperà con una figura simbolica, guidata dalla commissaria per il Mediterraneo, anch’essa in veste di osservatrice.
Non è ancora definito con certezza chi rappresenterà l’Italia a Washington: fonti istituzionali indicano come probabile candidato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ma non è completamente esclusa l’idea che la premier Meloni possa recarsi di persona al meeting — una decisione che resta aperta nelle valutazioni di Palazzo Chigi.
Chi partecipa in Europa e chi no
La strategia europea rispetto al Board of Peace non è monolitica, ma presenta linee generali di cautela. La Commissione Europea sarà presente come osservatrice alla riunione, consentendo alla UE di mantenere un ruolo nelle discussioni senza assumere impegni diretti.
Tra i Paesi europei, Italia, Romania, Grecia e Cipro hanno confermato la loro intenzione di partecipare come osservatori, rispecchiando una posizione simile a quella di Bruxelles. Invece Ungheria e Bulgaria sono gli unici Stati membri ad aver accettato inviti come membri effettivi del Board, assumendo un ruolo più attivo. Al contrario, altri importanti Paesi occidentali come Polonia hanno annunciato che non aderiranno al Board nelle attuali condizioni, evidenziando dubbi sia sulla struttura dell’organismo sia sul rapporto tra gli Stati membri e Washington.
Le critiche interne: Conte e Schlein in prima linea
La decisione del governo italiano non ha mancato di suscitare reazioni nette all’interno della politica nazionale, soprattutto da parte delle opposizioni. La leader del Partito Democratico (PD), Elly Schlein, ha attaccato duramente Meloni, sostenendo che la scelta di partecipare persino come osservatore sia un modo per aggirare la Costituzione italiana e per “umiliare la tradizione diplomatica del nostro Paese”, sottolineando che un organismo agli ordini di un singolo leader straniero contrasta con i principi di parità tra Stati e con l’autonomia strategica europea.
Una linea simile è stata adottata da Giuseppe Conte, ex premier e leader del Movimento 5 Stelle, che ha affermato come Meloni, nel suo tentativo di compiacere Washington, stia “degradando l’Italia al ruolo di spettatore in un progetto politico che sembra lontano dai reali interessi di pace e di giustizia per la popolazione palestinese”. Conte ha aggiunto che la partecipazione italiana – anche solo simbolica – rischia di legittimare un organismo che molti considerano non neutrale, alimentando timori di un allineamento eccessivo agli interessi americani piuttosto che a una vera agenda multilaterale di pace.
In senso più ampio, le opposizioni — tra cui PD, M5S e la Alleanza Verde e Sinistra — avevano in passato invitato il governo a rifiutare l’invito o a portare il dibattito in Parlamento prima di prendere una decisione, sostenendo che un organismo con forte leadership statunitense e potenziali implicazioni geopolitiche meriti una riflessione parlamentare approfondita.
Una partita diplomatica delicata
La partecipazione dell’Italia al Board of Peace come osservatore, piuttosto che come membro pieno, riflette una scelta diplomatica complessa: da un lato, c’è la volontà di restare parte attiva nel dialogo internazionale sulla pace e sulla stabilizzazione post‑conflitto; dall’altro, le norme costituzionali italiane impongono limiti chiari alla partecipazione piena a organismi con strutture esecutive non paritarie. Questa soluzione di compromesso cerca di conciliare ragioni istituzionali, richieste di ruolo globale e pressioni politiche interne, ma apre inevitabilmente un dibattito sul valore e sui rischi di una presenza italiana — anche osservativa — in un forum che potrebbe ridefinire equilibri geopolitici e relazioni transatlantiche.


