Trump alza il tiro sull’Iran: “Valutiamo opzioni molto forti”, Teheran risponde con minacce e accuse

WASHINGTON DC – Le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a crescere, alimentate dalle proteste antigovernative in corso nel Paese mediorientale e dalle dichiarazioni sempre più dure del presidente americano Donald Trump, che ha confermato come l’esercito statunitense stia valutando “opzioni molto forti”, comprese azioni militari, nei confronti di Teheran.

Parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha accusato il regime iraniano di aver “superato la linea rossa”, governando con la violenza e reprimendo nel sangue le manifestazioni popolari. “Stiamo valutando la cosa molto seriamente. L’esercito sta lavorando su diverse opzioni e prenderemo una decisione”, ha affermato il presidente, lasciando intendere che Washington non esclude alcuna strada.

La replica di Khamenei e lo scontro simbolico

Alle parole di Trump ha risposto direttamente il leader supremo iraniano, Ayatollah Ali Khamenei, che ha scelto il suo account ufficiale in lingua inglese su X per attaccare frontalmente il presidente americano. Nel messaggio, Khamenei ha paragonato Trump a figure storiche e bibliche di tiranni caduti, come il Faraone, Nimrod e l’ultimo Scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi.

“Il presidente degli Stati Uniti, che giudica arrogantemente il mondo intero, dovrebbe sapere che i tiranni e i governanti arroganti sono caduti al culmine della loro superbia. Anche lui cadrà”, ha scritto Khamenei, in un messaggio dal forte valore politico e simbolico. Alcuni media arabi hanno riferito che il post fosse accompagnato da un’immagine raffigurante Trump come una statua faraonica distrutta, anche se tale rappresentazione non compare nella versione inglese ufficiale.

Il bilancio delle proteste: numeri sempre più drammatici

Mentre lo scontro verbale tra i vertici politici si intensifica, la situazione interna iraniana appare sempre più grave. Secondo il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, il numero delle vittime delle rivolte scoppiate il 28 dicembre 2025 avrebbe superato le 3.000 unità. Le stime si basano su verifiche effettuate in 195 città, incrociando dati provenienti da ospedali, istituti di medicina legale e famiglie delle persone uccise o scomparse.

Secondo la stessa ricostruzione, il regime avrebbe mostrato solo parzialmente alcuni corpi attraverso la televisione di Stato, attribuendo le uccisioni agli oppositori. La presidente eletta del Consiglio, Maryam Rajavi, ha parlato di un “grave crimine contro l’umanità”, assicurando che i responsabili “saranno chiamati a rispondere delle loro azioni in un futuro Iran democratico”.

Internet bloccato e isolamento del Paese

A rendere ancora più complesso il quadro è il blocco quasi totale di internet, in vigore da oltre 84 ore. La connettività internazionale risulta ridotta a circa l’1% dei livelli normali, limitando drasticamente la circolazione delle informazioni e le comunicazioni con l’esterno. Una misura che contribuisce all’isolamento del Paese e rende difficile verificare in modo indipendente quanto sta accadendo sul terreno.

Teheran minimizza: “Situazione sotto controllo”

Di segno opposto le dichiarazioni ufficiali del governo iraniano. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che, dopo oltre due settimane di proteste, “la situazione è tornata sotto controllo” e che l’accesso a internet verrà presto ripristinato. Secondo Araghchi, le manifestazioni sarebbero state strumentalizzate e alimentate da interferenze straniere, con l’obiettivo di fornire un pretesto a Trump per un intervento militare.

Il capo della diplomazia iraniana ha sostenuto che le autorità dispongono di filmati che mostrerebbero armi distribuite ai manifestanti e ha accusato elementi esterni di aver fomentato il caos, annunciando che verranno espulsi dal Paese.

Le minacce del Parlamento iraniano agli Stati Uniti

Il clima di scontro si è ulteriormente inasprito con le dichiarazioni del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha lanciato un avvertimento diretto a Trump. “Se gli Stati Uniti attaccheranno l’Iran, riceveranno una risposta dura e indimenticabile”, ha dichiarato, minacciando di colpire basi e interessi americani in tutto il Medio Oriente.

“Tutti i centri e le forze americane nella regione saranno obiettivi legittimi in risposta a qualsiasi avventurismo”, ha aggiunto Ghalibaf, confermando come Teheran consideri concreta l’ipotesi di un’escalation militare.

Equilibri sempre più fragili

Tra minacce incrociate, repressione interna e tentativi di negoziato sul nucleare che procedono a singhiozzo, il confronto tra Washington e Teheran si avvicina a un punto critico. Le parole di Trump, unite alle reazioni del vertice iraniano, delineano uno scenario in cui la diplomazia convive con il rischio concreto di un conflitto più ampio, destinato ad avere ripercussioni sull’intero Medio Oriente e sugli equilibri internazionali.

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Italian, lives in the United States. He is a professional journalist accredited to the White House. He publishes reports and videos.

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