
WASHINGTON DC – La pubblicazione progressiva dei cosiddetti Epstein Files ha riacceso una delle vicende più esplosive degli ultimi anni. Milioni di pagine di documenti investigativi legati a Jeffrey Epstein — il finanziere morto suicida in carcere nel 2019 mentre attendeva il processo per traffico sessuale di minori — stanno emergendo in tranche successive, alimentando interrogativi, polemiche e tensioni istituzionali.
La legge sulla trasparenza approvata dal Congresso e firmata dal presidente americano Donald Trump prevedeva la diffusione dei materiali non classificati entro tempi definiti e in formato consultabile. L’obiettivo dichiarato era garantire piena chiarezza su una rete di relazioni che per anni ha coinvolto personalità politiche, imprenditoriali e istituzionali di alto profilo. Tuttavia, la modalità concreta con cui il Dipartimento di Giustizia (DOJ) ha gestito la pubblicazione ha generato più interrogativi che certezze.
Il ruolo controverso del Dipartimento di Giustizia
Il punto centrale del dibattito non è l’esistenza dei documenti, ma il modo in cui vengono rilasciati. Le pubblicazioni sono avvenute in modo graduale, con ampie redazioni e sezioni oscurate. Il Dipartimento di Giustizia ha giustificato tali scelte con la necessità di proteggere le vittime e di non compromettere indagini ancora aperte.
Se da un lato queste motivazioni sono comprensibili sul piano giuridico, dall’altro hanno alimentato la percezione di una trasparenza incompleta rispetto alle promesse iniziali. La promessa politica era quella di un accesso pieno e diretto; la realtà è stata una diffusione selettiva, filtrata e scandita nel tempo.
È su questo scarto tra promessa e attuazione che si concentra oggi la critica più fondata: non su presunte censure mediatiche, ma su una gestione istituzionale percepita come opaca.
Pam Bondi sotto pressione al Congresso
L’Attorney General Pam Bondi è stata chiamata a rispondere davanti alla House Judiciary Committee in audizioni particolarmente tese. I legislatori hanno incalzato il Dipartimento su tempistiche, criteri di redazione e possibili interferenze politiche.
Bondi ha difeso l’operato del DOJ, sostenendo che ogni decisione è stata presa nel rispetto della legge e con l’obiettivo prioritario di tutelare le vittime. Tuttavia, più volte ha evitato risposte dirette su eventuali comunicazioni con la Casa Bianca o su specifici criteri utilizzati per oscurare parti dei file.
Alcuni membri del Congresso hanno parlato apertamente di gestione “discutibile” e di mancanza di coerenza con lo spirito della legge sulla trasparenza. Le audizioni hanno rafforzato la sensazione di uno scontro istituzionale ancora lontano da una soluzione definitiva.
Donald Trump tra firma della legge e critiche politiche
Donald Trump ha avuto un ruolo centrale nella vicenda: è stato lui a firmare la legge che imponeva la pubblicazione dei file. In diverse occasioni pubbliche ha difeso l’operato del Dipartimento di Giustizia, sostenendo che la trasparenza debba essere compatibile con il rispetto delle procedure legali.
Il suo nome compare in alcuni documenti pubblicati, circostanza che ha alimentato polemiche e richieste di chiarimento. Non vi sono accuse formali derivanti dai materiali finora diffusi, ma la sola presenza di riferimenti ha contribuito a politicizzare ulteriormente la vicenda. Critici dell’amministrazione sostengono che la gestione graduale e filtrata dei file possa avere anche una dimensione politica, soprattutto considerando l’impatto che eventuali rivelazioni potrebbero avere su figure pubbliche di primo piano.
Arresti internazionali e nuove ombre nel Regno Unito
Gli sviluppi più significativi si stanno registrando anche oltre Atlantico. Nel Regno Unito, dopo il caso dell’ex Principe Andrew, un nuovo terremoto politico ha colpito l’establishment britannico.
L’ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Peter Mandelson, è stato arrestato con l’accusa di abuso d’ufficio. Secondo quanto riferito dalla polizia metropolitana e rilanciato da Sky News, un uomo di 72 anni è stato fermato a Camden il 23 febbraio e condotto in una stazione di polizia di Londra per essere interrogato. L’arresto è avvenuto a seguito di mandati di perquisizione eseguiti in due indirizzi tra il Wiltshire e Camden.
Il nome di Mandelson era comparso nell’ambito delle indagini legate agli Epstein Files, circostanza che lo aveva già spinto, nelle settimane precedenti, ad annunciare le dimissioni dalla Camera dei Lord. L’accusa formale non riguarda direttamente reati sessuali, ma l’episodio amplia ulteriormente il perimetro delle responsabilità istituzionali e dimostra come le ricadute dello scandalo Epstein stiano assumendo una dimensione transnazionale.
Il parallelo con gli Stati Uniti è inevitabile: mentre nel Regno Unito emergono arresti e provvedimenti concreti nei confronti di figure pubbliche, a Washington il dibattito resta concentrato soprattutto sulla gestione dei documenti più che su nuove incriminazioni di alto profilo.
La stampa mainstream e la copertura della vicenda
È fondamentale sottolineare che i grandi media non hanno ignorato la vicenda Epstein Files. Organizzazioni giornalistiche come PBS, CBS News, le principali testate nazionali e, in modo sistematico, l’Associated Press, hanno seguito passo dopo passo l’evoluzione dei fatti: dall’approvazione della legge sulla trasparenza, alle audizioni di Bondi, fino alla pubblicazione progressiva dei documenti e alle conseguenti reazioni politiche e giudiziarie.
In particolare, Associated Press ha adottato un approccio metodico e rigoroso: un lavoro di analisi pagina dopo pagina dei fascicoli resi pubblici, con continui lanci di agenzia calibrati sulla reale notiziabilità dei documenti. Non titoli sensazionalistici, ma aggiornamenti costanti, contestualizzati e verificati, diffusi man mano che emergevano elementi concreti.
La narrativa secondo cui “i giornalisti non parlano degli Epstein Files” è una distorsione amplificata sui social network. Qui proliferano influencer politici e creatori di contenuti che alimentano l’idea di un presunto silenzio mediatico, spesso senza aver esaminato direttamente i documenti pubblicati.
L’indignazione genera interazioni, le accuse generiche producono visibilità, e l’algoritmo premia il messaggio più radicale rispetto a quello più accurato. In questo meccanismo, la complessità viene sacrificata a favore della polarizzazione. I cosiddetti “leoni da tastiera” contribuiscono a diffondere l’idea di un insabbiamento totale, quando in realtà la copertura esiste ed è costante, ma segue tempi e criteri propri del giornalismo professionale.
Ciò su cui dovrebbe invece concentrarsi l’opinione pubblica non è l’infondata accusa di silenzio mediatico, bensì il discutibile ruolo del Dipartimento di Giustizia nella gestione e nel rilascio dei documenti. Il vero nodo riguarda la tempistica, l’ampiezza delle redazioni, le parti trattenute e la coerenza tra la promessa iniziale di trasparenza totale e la realtà di una pubblicazione parziale e frammentata.
Finora, la trasparenza annunciata non si è tradotta in una diffusione lineare e completa. Le giustificazioni ufficiali parlano di tutela delle vittime e di indagini in corso, ma la percezione pubblica è quella di un processo controllato e politicamente sensibile. È su questa distanza tra promessa e attuazione che si gioca oggi la credibilità delle istituzioni coinvolte.
Il compito dell’informazione professionale non è alimentare slogan, ma interrogare con metodo il potere, chiedere conto dei criteri adottati dal DOJ e verificare la coerenza tra legge e applicazione concreta. È un lavoro meno rumoroso rispetto alla polemica social, ma essenziale per distinguere tra narrazione emotiva e responsabilità democratica.
Trasparenza promessa, fiducia da ricostruire
Il caso Epstein continua a rappresentare una frattura nella fiducia tra istituzioni e opinione pubblica. Le audizioni di Pam Bondi, le polemiche sulla gestione dei file, il ruolo politico di Donald Trump e gli sviluppi internazionali come il caso del Principe Andrew dimostrano che la vicenda è tutt’altro che chiusa.
La questione centrale non è solo cosa contengano i documenti, ma come e quando vengano resi pubblici. In una democrazia, la trasparenza non è un annuncio, ma un processo. E finché quel processo apparirà incompleto, il dibattito — politico, mediatico e pubblico — resterà inevitabilmente acceso.


